VENEZIA 69 – "Shokuzai (Penance)", di Kiyoshi Kurosawa (Fuori concorso)

shokuzaiUna premessa che dovrebbe essere ovvia: è vano e madornale aspettarsi dal Kurosawa del 2012 il maestro del J-Horror che è indiscutibilmente stato. Prima ancora di Tokyo Sonata (inattesa – da lui – ricognizione sulla recessione economica) e del silenzio di quattro anni che gli seguì, se ne ebbero segni, per esempio, dal sottovalutato Loft (2005), pellicola il cui discorso Shokuzai indubbiamente prosegue, e nella quale il genere orrorifico era solo un'esile patina sotto a cui ribollivano ben più abissali e viscerali smottamenti della scrittura, e del racconto, in sé e per sé.

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Si parte subito con un trauma, apertamente langhiano: una bambina adescata e uccisa, e le compagne delle elementari che erano lì con lei appena prima del fattaccio che vengono convocate dalla madre, la quale le rende candidamente edotte che la loro vita verrà per sempre rovinata dal rimorso, a meno che non trovino il modo di espiare al suo cospetto la colpa della loro omissione fatale. I primi tre episodi di questa miniserie televisiva di quattro ore e mezza raccontano, infatti, con tinte fosche e morbose di altrettanti tentativi (vani) di venire a capo di un senso di colpa irredimibile. Poi, con il quarto, una svolta inattesa. I toni si rasserenano fino a lambire la commedia (è a quel genere che appartengono i suoi equivoci e i suoi tradimenti, anche se in senso stretto non c'è molto da ridere), e il trauma diventa nulla più che una merce di scambio tra i personaggi. L'inquietudine d'atmosfera svanisce e si incomincia a intravedere la cifra del quinto e finale capitolo: un dipanarsi assolutamente orizzontale della ragnatela che avviluppa i personaggi, incurante di qualsiasi coordinata di genere, shokuzaiun'affabulazione geometrica e freddamente impersonale. Da tremendo, inavvicinabile buco nero che inghiotte irreversibilmente vite intere, l'infanticidio iniziale diventa un nodo legato a propria volta ad altri nodi, i quali formano una densa matassa nella quale colpa, innocenza e redenzione diventano sistematicamente inestricabili, per tutti e da qualunque parte la si prende. Kurosawa ha il merito di avvicinare questa matassa con incrollabile, scrupolosa linearità – per poter indugiare nella quale c'è bisogno di molto tempo, e quindi della televisione.

E soprattutto: se “normalmente” ogni racconto linearizza un qualche trauma, il quale però ribolle da sotto e incurante riempie la narrazione di bubbonici sintomi, qui non ribolle proprio nulla – ma se a ribollire è invece precisamente il nulla, la cosa è assai più terrificante, come da anni ci insegna il cinema di Kurosawa. La rarefazione geometrica, la precisione compositiva che guarda invariabilmente all'astrazione, all'immobilità e al vuoto, accompagnano il racconto, e già dai primi istanti, ore prima che i nodi vengano al pettine, ci trafiggono gli occhi con la certezza fulminea e squisitamente stilistica che il trauma che dovrebbe soggiacere, per terribile che sia, è perennemente lì sotto ai nostri occhi, ed è solo una maschera del Nulla, di una geometria di desideri infinita, acefala, ed inesauribile, che ci condanna e redime allo stesso tempo buttandoci dentro a una vuota latenza che nessun racconto, per preciso che sia, riuscirà mai a scalfire. E che brucia più di qualsiasi trauma nascosto. È a questa latenza che Kurosawa, come sempre, riesce a dare una consistenza addirittura fisica. È la luce che abbraccia, nel prefinale al commissariato, la madre ferita e crudele, vertiginosamente colpevole e innocente dentro un tessuto di cause e conseguenze che si tesse, instancabile, sul vuoto e nel vuoto.