VENEZIA 69 – “The Iceman”, di Ariel Vromiel (Fuori Concorso)

Michael Shannon in The Iceman
Il film di Vromiel è tutto trattenuto in un pulito autocontrollo che se nella prima parte “tranquillizza” lo spettatore immergendolo in una rivisitazione di atmosfere e luoghi che rimandano a una identificazione filmografica già assorbita (in parte Zodiac di Fincher, in larga misura i mafia movie), strada facendo costruisce le traiettorie di un melodramma malato, con la figura di una straordinaria Winona Ryder che tiene testa nella sua fragilità innocente ma allo stesso tempo carica di sfumature contraddittorie alla verticalità magmatica e monolitica di Michael Shannon

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“Prova rimorso per le cose che ha fatto Mr. Kuklinski?” recita una voce fuori campo davanti al primo piano di un uomo barbuto dal volto segnato. E’ l’antefatto di una confessione che nell’epilogo vedrà – forse per la prima e unica volta – il protagonista mettersi a nudo davanti alla macchina da presa lanciandosi in una struggente dichiarazione d’amore e dolore nei confronti della sua famiglia. Perché The Iceman – diretto dal regista di origini israeliane Ariel Vromel – è sì un film dedicato alla controversa figura di Richard Kuklinski, killer professionista macchiatosi durante la sua vita di centinaia di omicidi, ma anche e soprattutto un film sulla famiglia, sulle sue zone d’ombra alimentate da una quotidianità spesso ambigua, dove arriviamo a non conoscere (o a non voler riconoscere) la mostruosità che ci circonda. Prende il via nel cuore degli anni Sessanta la storia di Kuklinski. Proprio nel mezzo del decennio forse decisivo del mondo occidentale e dell’America in particolar modo. The Iceman infatti attraversa una quindicina d’anni di storia americana, ma lo fa concentrandosi moltissimo sugli spazi chiusi, immergendo i suoi personaggi in ambienti mafiosi grigi e rimanendo soprattutto ancorato nella quattro mura di casa Kuklinski. Qui il rapporto tra l’uomo e la moglie Deborah è completamente giocato su una costruzione di benessere artificiosa, legata da dinamiche omissive che tengono all’oscuro la donna e le figlie del “vero” lavoro di Richard.

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Spietato killer della mala, il Kuklinski di Michael Shannon è un magmatico corpo eretto ossessionato da una rabbia omicida dalle motivazioni ignote – sebbene siano presenti nel film flashback che rimandano a un’infanzia infelice – che sin dall’inizio segna un percorso di dannazione e violenza ineluttabile per il personaggio, ma allo stesso tempo marito e padre premuroso, dilaniato tra l’abbandono alla propria natura selvaggia e il legame coatto e forse prevalentemente cerebrale (centrale la scena in cui l’uomo scrive su un foglio di carta le parole da dire alla figlia il giorno del suo compleanno) con i propri cari. Tra esplosioni di violenza improvvise e sequenze scandite da una dilatazione della tensione quasi insostenibile – la lunga esecuzione di James Franco caratterizzata dall’inutile preghiera di quest’ultimo al cospetto di un impassibile Kuklinski – il film di Vromiel ci racconta molto della famiglia americana e non solo. Il suo è un film estremamente cupo e assillante, metà thriller, metà gangster movie, ma con le parti migliori che riguardano proprio l’intimità di una famiglia prevalentemente femminile messa a soqquadro dai germi distruttivi e omertosi della follia del protagonista. The Iceman è tutto trattenuto in un pulito autocontrollo che se nella prima parte “tranquillizza” lo spettatore immergendolo in una rivisitazione di atmosfere e luoghi che rimandano a una identificazione filmografica già assorbita (in parte Zodiac di Fincher, in larga misura i mafia movie), strada facendo costruisce le traiettorie di un melodramma malato, con la figura di una straordinaria Winona Ryder che tiene testa nella sua fragilità innocente ma allo stesso tempo carica di sfumature contraddittorie alla verticalità monolitica di un Michael Shannon sempre (troppo?) a suo agio nel costruirsi addosso personaggi statici e sottrattivi.

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