VENEZIA 69 – “To the Wonder”, di Terrence Malick (Concorso)

to the wonderOrmai manca il raccordo. Non c’è una connessione, un punto di sutura, un campo-controcampo che possa far immaginare l’articolazione di un rapporto amoroso. Malick filma una storia d’amore, senza mai ipotizzare la possibilità della stessa storia, di un racconto. Senza mai ammettere la possibilità di un incontro vero, un dialogo. Anche quando condividono la stessa inquadratura, gli amanti sembrano sempre abitare uno spazio vuoto, solitario, come se l’uno fosse condannato a essere il fuoricampo dell’altra, costretto a un monologo. Un cuore, un respiro o un volto che prova a rapportarsi all’assenza altrui. Ogni sentimento e emozione si dissolve in un movimento a vuoto. Ed è, al tempo stesso, come se mancasse qualsiasi possibilità di contatto tra noi e Malick, tra il nostro desiderio e le nostre attese e la fuga di un regista sempre più rinchiuso nella solitudine ascetica della sua ricerca senza fine.

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Manca la trama, ci dispiace. Ma se il punto fosse proprio questo? Se il nostro desiderio di una trama, di una convenzione, di una linea di direzione netta, lucida, precisa fosse il segno più disarmante della nostra cecità? Chi pretende la trama è ancor più cieco degli altri. Perché quella pretesa non può che nascere dall’impossibilità di vedere. È paura di immaginare, ricercare, lasciarsi andare a una suggestione, un’emozione che arrivi dopo un tempo infinito di nulla. “Gli uomini seguono le leggi, per evitare di scegliere”. Forse è l’unica frase di To the Wonder a contenere un’affermazione. Certezza della regola per evitare il rischio di perdersi.

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Ormai la presenza di Dio (in maiuscolo, stavolta) è avvertita ovunque, l’incarnazione è una realtà. Ma quest’immanenza che Malick intuisce in ogni singola particella del creato manifesta la propria meraviglia solo da lontano, come assenza. È, allora, quest'Amore che ci comanda è sempre e solo una ricerca di segni, di brandelli. Il calore del sole che riscalda i vetri, la marea che sale a Mont Saint-Michel, un bagliore in controluce, un riflesso affannato di una sfocatura indistinta. Ma nonostante ciò, per noi adesso è chiaro: il cinema di Malick ci manca, proprio perché appoggiato sul vuoto. È vero, Malick e Lubezki sembrano innalzare architetture visive, ma solo per ammetterne un attimo dopo la vanità, la stupida presunzione di innalzarsi (o affondare) nella verità delle cose, di dire il tutto. È il limite estremo del cinema che prova ad arrivare all’invisibile. Come se fosse possibile poi trattenerlo, mostrarlo agli altri, raccontarlo. La tentazione di Dante nell’ultimo canto del Paradiso. Se davvero The Tree of Life è la colpa di Malick, To the Wonder, nella sua “finitezza”, nella sua precaria agonia amorosa, assomiglia a un pentimento, alla presa di coscienza del fallimento. Come una marea che si abbassa dopo aver tentato di superare, inglobare, contenere la terra e il cielo. E allora, ancor più che nel film precedente, abbiamo l’impressione, alla fine, di un filmino familiare, di un’intima testimonianza, costruita con i resti, gli scarti, i detriti. L’infinitamente piccolo che fugge al cospetto di una smisurata, ineguagliabile grandezza.

È vero. Malick estetizza sempre più, radicalizza quella che ormai è diventata una maniera. Ma se provassimo a leggere in questa ripetitività estenuante i ritmi di una personale liturgia? Dove, come, perché, dio padre, cristo intorno a me, sopra di me, sotto, a destra, sinistra. Dove come perché? Dove come perché? Perché un amore nasce e finisce nello spazio di un’inquadratura? Perché i volti si accavallano, come se il tempo non fosse durata, ma uno spazio già spiegato nella mente del creatore? La vita, allora, non è una storia. È una sospensione stupita, un’attesa, una domanda attonita. E iI cinema di Malick, forse, sta in quell'immenso spazio tra il punto e l’interrogativo. È un invito, necessario, a attraversarlo, scoprirlo. Fino al fallimento. Fino all’estasi.

4 commenti

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    L'unica rivista che vale la pena di leggere, grazie!

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    Credo che chi legga una recensione abbia il piacere di apprendere il punto di vista del critico nella misura in cui gli vengano dati anche elementi di valutazione autonomi, cosa che nessuno fa. Per usare una metafora, gradirei più ricette e meno piatti pronti, anche per essere in grado in un secondo tempo di apprezzare maggiormente le recensioni stesse e imparare a conoscere e ammirare un critico piuttosto che un altro. Spero non prenderete questo mio commento come polemico, è solo un atto d'amore verso un'arte complessa e che non può escludere il pensiero degli spettatori. Un dialogo tra critica e pubblico è possibile? Io dico e spero di si.

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    Io non pretendo una trama, ma la Kyrlenko che passa il tempo a correre e fare piroette e quell'altra che urla 'Sono l'esperimento di me stessa!' come nel peggior Antonioni scatenano il ridicolo involontario. Senza dimenticare tutte le banalità pronunciate con tono altamente declamatorio dalle voci over. Salvate il soldato Malick, è rimasto nella Sottile Linea Rossa