VENEZIA 69 – "Water", di Autori Vari (Settimana internazionale della critica)

I nomi Israele e Palestina hanno la singolare capacità di significare, allo stesso tempo, tutto e niente per la maggior parte del pubblico occidentale. Le televisioni, infatti, con cadenza ciclica e con distacco, trasmettono a ripetizioni immagini di attentati e rappresaglie, di soldati e terroristi, di arabi che piangono tra le macerie delle loro case e di negozi e strade israeliane violentate dalle esplosioni. A questo si aggiunge, in particolare nel nostro paese, il bisogno atavico di dover prendere per forza una parte, come in una partita di calcio, "tifando" per una fazione e abbracciandone ciecamente le ragioni, e considerare l'altro, come l'avversario, il nemico, il demonio. Atteggiamento talmente ipocrita da generare dei  “mostri” come gli appoggi di associazioni neo-fasciste alla causa palestinese.

 

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Ben venga dunque l'attenzione che i più importanti festival europei, da qualche anno a questa parte, stanno riservando ad un’industria cinematografica in continua ascesa come quella israeliana e ad autori affamati come quelli palestinesi. Si da cosi, finalmente, una possibilità per vedere quel mondo attraverso gli occhi di chi ci vive ogni giorno. In quest’ottica non si può che applaudire la scelta della Settimana della critica di aprire la loro rassegna con l’interessante Water. La pellicola sulla scia di quanto fatto una decina da anni fa dal progetto 11’ 09’’ 01  vuole sfruttare il tema universale dell’acqua per mettere uno a fianco all’altro otto autori tra ebrei e arabi e far convivere in una sola opera i loro punti di vista.

 

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Principalmente Water, come ogni pellicola ad episodi, paga l’eccessiva frammentarietà del racconto e una disomogeneità delle storie che vede sfilare accanto episodi di notevole spessore (uno su tutti l'ottimo Raz and Raja di Yona Rozenkier) ad altri decisamente più lenti e disordinati come, ad esempio, lo sconclusionato Eye Drops di Mohammad Bakri. La diseguaglianza di efficacia degli episodi trasforma dunque questa in un minestrone dove a vette lucenti sono contrapposte rovinose cadute.

 

Il difetto, se cosi possiamo chiamarlo, più grosso del film però è il messaggio che traspare dalla pellicola. Costringere israeliani e palestinesi a confrontarsi su un tema come quello dell’acqua porta a mostrare in modo netto la distanza incolmabile che divide israeliani e palestinesi Mentre i primi, infatti, nei loro racconti scelgono la fiction, realizzando in gran parte ottimi scorci sulla vita israeliana alla quale il tema dell'acqua ha il solo ruolo di lontano e, in fin dei conti, sostituibile, spunto primario, i palestinesi, in particolare in Kareem’s Pool di Ahmad Bargouthi e The Water Seller di Mohammad Fuad realizzano, a causa dell’obbligata scarsità di mezzi, brevi documentari dal sapore televisivo (in alcuni momenti sembra di assistere ad un servizio di Santoro) dove traspare tutta la rabbia e l’indignazione di chi deve elemosinare quello che i vicini hanno in abbondanza.  E’ proprio per questa distinzione considerevole che il tentativo di questo progetto di avvicinare le due facce della terra di Gerusalemme si rivela un fallimento.