VENEZIA 69 – "Xiao He (Lotus)", di Shu Liu (Settimana della critica)


Sulle tracce di una pirandelliana Marta Ajala, Loto risulta sostanzialmente aliena alla realtà retrograda e vittima di inverosimili grettezze e retaggi patriarcali del suo paese d’origine, così come alla città, apparentemente priva di certi ostacoli. La vita a Pechino sembra migliore e colma di nuove prospettive, in fin dei conti, solo in quanto idealizzata da chi si trova all’esterno, ma non tarda a svelare con cruda oggettività ciò che nasconde davvero: un contesto in cui la violenza e il sopruso sembrano essere due costanti all’ordine del giorno

Loto, venticinque anni, una cattedra di letteratura nella piccola cittadina in cui è nata e tante salde, incontrovertibili certezze. A cominciare da una ferma volontà a mantenere la propria indipendenza di fronte a qualsivoglia autorità (nonché a trasmettere questo valore ai suoi studenti, incitandoli alla costruzione di un metro di giudizio e a una coscienza autonomi), senza prenderla troppo sul serio. Anche nel momento in cui questa limita fortemente le sue prospettive: basta fare valigie senza troppi piagnistei e puntare tutto su un cambio di scenario. Ma sulle tracce di una pirandelliana Marta Ajala, Loto risulterà sostanzialmente aliena a entrambe le realtà, quella retrograda e vittima di inverosimili grettezze e retaggi patriarcali del suo paese, così come alla città, priva di ostacoli solo a una visione più superficiale. 

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La vita a Pechino sembra migliore e colma di nuove prospettive, in fin dei conti, solo in quanto idealizzata da chi si trova all’esterno, ma non tarda a svelare con cruda oggettività ciò che nasconde davvero: un contesto in cui la violenza e il sopruso sembrano essere due costanti all’ordine del giorno.

Risulterà così piuttosto violento il subitaneo scontro con la realtà a cui sarà sottoposta la giovane insegnante, tra datori di lavoro scarsamente disposti a considerare l’informazione da fornire ai lettori del tutto indipendente dalla politica, impieghi da insegnante in cui il requisito extracurricolare maggiormente richiesto sembra proprio l’indulgenza nel giudizio, e poliziotti non esattamente integerrimi che abusano senza alcuna riserva del proprio potere per potersi approfittare di chi è più debole.

Ed é un mondo concepito al maschile e chiaramente maschilista quello con cui è costretta a doversi confrontare Loto: la sua libertà e quella delle donne che la circondano (a partire, forse in misura minore da sua madre, fino ad arrivare alla vicenda ben più grave della sua vicina di casa di Pechino, violentata e derubata dal suo compagno), risulta in ogni caso sottoposta a quella della figura maschile di turno (anche momentanea in certi casi) che sembra dover trovarsi a prendere decisioni per le donne che rientrano, in quel frangente, nella loro “sfera di influenza”.

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Ma si mostrerà nonostante tutto, forte e ferma sui propri valori, avallando i disagi quotidiani con fare sicuro e tentando, almeno in un primo momento, di continuare a reagire con una risata ai potenziali pericoli in cui si imbatte. E’ piuttosto nel momento in cui si trova a dover pagare il conto (creduto ingenuamente già saldato) della propria indipendenza, o piuttosto a dover costantemente rimarcare i confini del proprio terreno di libero arbitrio, che Loto si vedrà costretta a rispondere a una domanda decisamente rilevante: risulta realmente ipotizzabile un’indipendenza autentica, mantenuta senza alcun ricorso a compromessi con il mondo esterno e soprattutto priva della sensazione di sentirsi in debito con qualcuno?

E la crescita del personaggio, una sua ipotizzata rinuncia a tutti i punti di riferimento o al contrario, la volontà di non rinunciare a nessun prezzo a sé stessa, a quella libertà intellettuale e materiale tanto agognata ai limiti forse dell’idealizzazione, è una di quelle incognite a cui solo una più o meno sviluppata vena di cinismo dello spettatore può trovare risposta.

 

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