VENEZIA 70 – "Bauyr", di Serik Aprymov (Orizzonti)

Serik Aprymov racconta la storia del piccolo Yerkern con la delicatezza dei suoi occhi e della sua voce, seguendo uno spirito oggettivo e documentaristico più che drammatico, che non mira neanche per un attimo a suscitare nello spettatore atteggiamenti pietistici, ma di tenerezza e solidarietà

Yerkern ha solo nove anni e si guadagna da vivere impastando mattoni. Vive completamente solo nel suo villaggio disperso tra le montagne del Kazakhistan. Il duro lavoro non gli impedisce di presentarsi a scuola ogni mattina, come tutti gli altri suoi coetanei, nella sua divisa impeccabile, e di sopportare pazientemente le vessazioni e l’indifferenza degli insegnanti che lo puniscono a suon di flessioni. La dignità e l’onestà sono la sua forza e ciò che gli permette di affrontare il mondo degli adulti a testa alta, con molto più coraggio del fratello maggiore, Aidos, che irrompe nella sua vita come un’ombra, e in pochi giorni lo priva di tutto l’amore e il denaro che aveva accumulato durate la sua assenza.

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I tentativi silenziosi di Yerkern di scalfire il temperamento duro e indifferente del fratello con continue prove di solidarietà e d’amore, oltre che con l’esempio del lavoro onesto e del rispetto verso gli altri non bastano, Aidos non è più modellabile e la sua personalità si è consolidata da tempo, come un mattone al sole. Tutto ciò che riesce ad aggiungere alla vita del fratellino è violenza e disillusione. Così l’incontro atteso da anni con l’ultimo frammento della sua famiglia non solo non allevia la solitudine di Yerkern ma, al contrario, lo costringe a scontrarsi con il mondo degli adulti per trarre Aidos fuori dai guai, e fargli da tutore, dimostrando una maturità che va oltre i suoi anni.

Senza approfondire i traumi del passato che hanno portato alla disgregazione di questa piccola famiglia, Serik Aprymov si sofferma esclusivamente sul piccolo Yerkern e sulla suo hic et nunc, raccontando questa storia con la delicatezza dei suoi occhi e della sua voce. Yerkern rappresenta una realtà fatta di duro lavoro e di persone semplici, che non temono la fatica e contano le ore in base al corso del sole, ma lo spirito con cui Aprymov la descrive è oggettivo e documentaristico più che drammatico. Yerkern appare perfettamente integrato nella comunità agricola in cui vive e il suo lavoro, così come la sua solitudine, passando dal suo punto di vista, non mirano a suscitare atteggiamenti pietistici nello spettatore, ma di tenerezza e solidarietà.

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Solo al centro dell’inquadratura, accarezzato solo dal vento, Yerkern non fa altro che attraversare il deserto, misurando chilometri con il suo passo corto da ragazzino, senza fermarsi mai per riprendere fiato. La miseria, la violenza e l'abbandono non hanno scalfito neanche per un istante la sua purezza d'animo e il suo spirito infantile. Le istantanee che documentano il suo percorso sono distese, nitide, a testimonianza di un'esistenza che non può perdersi in futili divagazioni, fatta eccezione per un clown che di tanto in tanto attraversa la sua strada e gli regala, solo per un attimo, il colore dell'infanzia che ha lasciato indietro da tempo.

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