VENEZIA 70 – "Bethlehem", di Yuval Adler (Giornate degli Autori)

 Tra le 2.163.000 anime presenti nella terra sanguinante della Cisgiordania, c'è un ragazzo di appena 17 anni, Sanfur (Shadi Mar'i) che imbraccia un kalashnikov con altri ragazzini, aspettando il suo momento. Il momento degli "eroi". Mentre fuori la guerra sembra non invecchiare né morire, Sanfur ne combatte un'altra dentro di lui. Suo fratello Ibrahim (Hisham Suliman), martire di Dio, paladino del braccio armato palestinese, si nasconde dai servizi segreti israeliani, contando sull'appoggio del giovane per la sua sopravvivenza. Ma Sanfur nasconde un segreto, una doppia vita che lo divide tra l'onore e la lealtà, schiacciato dalla paura incombente di perdere tutto: suo fratello, la sua famiglia, la sua vita. Anni prima, persuaso da Razi (Tsahi Halevy), Sanfur diventa un informatore dei servizi segreti di Israele, per proteggere suo padre Abu Ibrahim (Tarek Kopti) dalla galera.

 

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Per due anni il giovane cresce ed impara a conoscere Razi, un padre amorevole ed un marito affettuoso, che entra nella sua vita, conquistando giorno per giorno fiducia ed affetto. Come un fratello maggiore, Razi tenta di proteggere Sanfur, prendendosi cura di lui,  ma le circostanze della guerra li porteranno inevitabilmente di fronte ad una scelta, in cui né l'onore né la fede li potranno salvare. Sanfur è strettamente controllato dai servizi segreti, che seguendone i movementi, riusciranno a stanare il fratello Ibrahim dalla casa in cui si nasconde. Il castello di carta crolla, spazzato via da un soffio di piombo. Nonostante gli sforzi di Razi nel proteggere il giovane, a cui pensa  in ogni istante, Sanfur vede infrangersi il sogno di poter vivere una vita "normale", nella sua casa, con la sua famiglia.

 

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Bethlehem, primo lungometraggio del regista Yuval Adler,  presentato a Venezia per le Giornate degli Autori, "sporca" le coscienze di chi guarda da lontano, mostrando come la distanza nello spazio, non può essere un meschino espediente capace di redimere dal peccato dell'indifferenza. Lo spettatore osserva attonito il susseguirsi degli eventi; immagini quasi documentaristiche che mescolano la polvere al sangue, servendo al pubblico il gusto acre della vendetta, di una guerra assurda, che conosce solo l'eternità della morte. Qual'è allora la giusta domanda da porsi? Yuval Adler come Caronte, guarda dalla barca il trapasso dell'umana condivisione, filmandola di sorpresa, negli angoli remoti del mondo. Nessuna risposta per questa umanità disgraziata, solo dolore e condanna per chi continua, nella sua apparente immobilità, a guardare con concupiscenza l'estinzione dei diritti umani imprescindibili. 

La bravura del giovane Shadi Mar'i è racchiusa nella disperazione dei suoi occhi, così profondi ed espressivi da ipnotizzare lo spettatore, che corre con lui alla ricerca di un altrove, di una terra promessa, lontana dal disincato e dagli interessi della politica. Una politica che, dimenticando le origini del suo significato, incorona santi e brucia dannati, raggirando le regole del vivere autentico. Ogni cosa allora sembra perdersi nello strazio del destino. Quando ci ricongiungreremo l'un l'altro? Lo schermo è nero. Ma la scritta "fine" ancora non compare.