VENEZIA 70 – Con gli occhi chiusi: per un cinema di lacrime… (10)

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Lasciamo ad altri il gioco delle previsioni e/o dei meriti per la vittoria del Leone d’Oro. Ogni premio è frutto di una Giuria, quindi sempre e comunque “soggettivo”. Non è dai premi che si misura un Festival (o si?), né dal numero di spettatori (sicuri?), né dagli accreditati stampa e industry (forse…), o dal numero di articoli pubblicati, o dal numero di film proiettati….

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Come si giudica un Festival, budget a parte? Domanda che ci immerge dentro il senso del “far vedere cinema” oggi, dove le kermesse cinematografiche sono sempre più simulacri, quasi luoghi “virtuali”, ma con parvenza di realtà, da rilanciare nelle reti sociali, piuttosto che centri di comunicazione e piacere, informazione e desideri, insomma aree di libero scambio dell’immaginario…Quindi non possiamo che denunciare questo stallo, questo “falso contatto” tra schermo e spettatori che ormai sembra provocare il sempre meno popolare Festival di Venezia, quasi a voler tornare alle origini di Mostra d’Arte d’elite, pre-sessantottina, ma dove persino le stelle (star) sembrano indecise se venire a brillare. E allora, può un Festival provare a fare da cartina al tornasole della produzione di immagini del presente? E davvero quello che abbiamo visto ci da qualche indicazione su dove il cinema sta andando? 

 

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Gravity CuaronContraddizione di una mostra che apre con la vertigine della (assenza di) Gravity, dove i corpi fluttuano, ballano (e lacrimano…) nel vuoto di un set fantasma, puro esempio di cinema post/prodotto dalle virtuose anime creative digitali… E mentre ci sembrava che la Mostra ne raccogliesse i frutti, di questa “sparizione del set”, cogliendone l’avvenuta “morte” come ulteriore vittoria della “fantasia” sulla dannata e tragica “realtà”, ecco che invece TUTTO il Festival ci porta dentro un cinema “di set”, un cinema che più realistico e di location non si può, un cinema che fa dei corpi attoriali dentro il set (sia pure un’automobile, come in Locke) il cuore ideale della narrazione.  Insomma un cinema del XX secolo ha invaso il Lido, con i suoi sguardi ossessionati dal minimalismo e dal dettaglio (Groning), dalle emozioni melo/drammatiche classiche (Frears), dalle strade strette/larghe del simbolismo palese (Emma Dante), dai corpi animaleschi che vivono nei boschi (Franco), dalle case/famiglie prigioni del terrore invisibile (Miss Violence), o dalle case di campagna che nascondono corpi in fuoriuscita dalla loro ipocrisia sessuale (Dolan).  Cinema/set, fatto di corpi che interagiscono in spazi reali e vivi, come il quartiere/casa del magnifico Ana Arabia di Amos Gitai, o, ancora, le ville Hollywoodiane di The Canyons di Schrader.  Il set sembra vivere una nuova vita, dolente e virante al noir per la barca di Night Moves, della Reichardt, maniacale e sovversivo nel folle e geniale Moebius di Kin ki Duk, solitamente surreale nella ricostruzione post-Brazil di The Zero Theorem di Gilliam.

 

Insomma film di set vivi e ancora cuore delle storie, come si faceva un tempo, prima che il digitale ridisegnasse corpi e narrazioni alle “periferie dello sguardo”, ai margini del ciak, per rilanciarli nei meccanismi astratti e virtuali del “post”.

 

SHUIYIN JIE (Trap Street)Tre film sembrano sfuggire a questo gioioso anacronismo cinematografico cui il Festival ha voluto dare omaggio: La mia classe di Daniele Gaglianone, dove il set letteralmente gli esplode in mano, la realtà deborda e tra set e vita reale si abbattono tutte le barriere; Trap Street, della cinese Vivian Qu che usa la toponomastica per ridisegnare i territori dove si incrociano curiosità e desideri, con quello iato profondo tra il “reale/virtuale” delle mappe, e gli sguardi e i “pedinamenti amorosi”del protagonista; e infine Stray Dogs di Tsai Ming Liang, che pare l’unico cineasta al mondo ad aver intuito, analogicamente, la “fine del cinema/set”, innervando la sua (non)storia di attimi infiniti di micropanico, di “non luoghi”, di “non dialoghi”, di punti di vista impossibili (come da dentro un surgelatore di un supermercato), di una parete/murales da osservare attoniti come fosse un film di Andy Wahrol, mentre i cani randagi vagano, le gole ansimano e gli occhi, alla fine, non possono non piangere. Anche ad intervalli di dieci minuti ad occhio in piano sequenza, roba da far dubitare di un intervento (moralmente impossibile per Tsai) in post-produzione. E solo Garrel, e il suo cinema fuoritempo, dentrolavita, può aprire e chiudere il film con un pianto…(f.c.)

 

j'entend plus la guitare Garrel


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