VENEZIA 70 – "Eastern boys", di Robin Campillo (Orizzonti)

eastern boys, di robin campillo
Eastern boys sostituisce la pelle alle parole, ma lungi dall’essere un esercizio di stile schizofrenico, le molteplici facce che lo compongono si completano a vicenda, andando a formare un film che fa del corpo lo strumento principale attraverso cui raccontare una storia la cui semplice complessità è estranea a ciò che può essere detto

eastern boys, di robin campilloDieci minuti, forse un po’ di più. Dieci minuti sul marciapiede, nel regno della strada matrigna. Dieci minuti di sguardi sfuggenti, occhi intelligenti ma stanchi, giovani e già velati dai troppi orrori visti. Dieci minuti di corpi giovani e irrequieti, di parole non udibili, di gesti codificati. Osserviamo tutto ciò da una distanza sicura, quasi documentaristica. Ma la camera non riesce a stare per troppo tempo lontana dai protagonisti della storia. Ed eccola finalmente avvicinarsi, quasi con pudore, agli occhi di Daniel. Non sono gli occhi del predatore, quelli che si posano su Marek. Sono occhi curiosi, di un timido azzurro che tradiscono una solitudine divenuta insopportabile. Gli occhi del ragazzo ucraino, al contrario, sono sempre socchiusi, come rifiutassero di vedere per intero la realtà degradata che si trova davanti.

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Ma anche l’occhio di Campillo è versatile e onnivoro: dagli ampi spazi dei marciapiedi della stazione, luoghi di rimorchio per eccellenza, si passa all’ambiente moderno e costosamente arredato della casa di Daniel. Spazio che in poco tempo si riempirà, così come l’inquadratura, dei corpi dei ragazzi dell’est, gli amici di Marek, che invadono tanto la proprietà e l’intimità dell’uomo, quanto lo sguardo dello spettatore. Una parata di corpi ripresi a distanza ravvicinata, al punto da oscurare l’abbondante luce proveniente dalle finestre. Sono corpi tonici, provati dalla vita di strada ma tenuti in forma per essere venduti a più clienti possibili. “Il corpo è la cosa più importante che Dio ci ha donato. Il cambiamento di spazio e distanza non mette in difficoltà Campillo, che sembra trovarsi a suo agio in ogni tipo di situazione. Riesce anzi a sfruttare ogni situazione e metterne in risalto i punti di forza. Se nella scena iniziale era il silenzio a condurre il gioco di seduzione, negli spazi colmi dell’appartamento, lo scontro fisico e psicologico con i ragazzi è portato avanti da dialoghi serrati che accompagnano il riempimento del quadro.

 

eastern boys, di robin campilloMa ancora una volta il film cambia direzione, e Campillo decide di concentrarsi sul rapporto fra Daniel e Marek, ora soli. I due corpi, così diversi ma così in sintonia, isolati nello spazio vuoto dell’appartamento, sprigionano una vitalità su cui la camera si sofferma con naturalezza. L’ostacolo della comprensione, l’inutilità della lingua fa sì che la pelle si sostituisca alle parole. Il derma invade di nuovo l’inquadratura, ma in maniera controllata, non aggressiva. Tanta è la dolcezza nell’incontro fra questi corpi che quasi ci si dimentica che alla base di tutto vi sono i soldi, presi frettolosamente ad amplesso terminato. Viene quasi naturale chiedersi se si può definire amore ciò che l’uomo benestante prova verso il giovane ragazzo ucraino. Quanto è sincero il coito se lo sperma serve a pagare l’aspetto materiale di una vita migliore? È ancora amore quando il sesso diventa possesso?

 

In realtà a queste domande Campillo non risponde esplicitamente, se non attraverso i corpi e gli occhi dei suoi personaggi. Il regista, nonostante sia solo alla seconda opera, ha consapevolezza assoluta del potenziale della sua storia e dimostra di sapere esattamente quando è il momento di cambiare direzione. Dopo aver ambientato la maggior parte del film nell’appartamento di Daniel, la camera si sposta ulteriormente, e insieme al cambio di location cambiano di nuovo le dinamiche, il ritmo e l’atmosfera del film. Lungi dall’essere un esercizio di stile schizofrenico, le molteplici facce che compongono Eastern Boys si completano a vicenda, andando a formare un film che fa del corpo lo strumento principale attraverso cui raccontare una storia la cui semplice complessità è estranea alle parole. 

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