VENEZIA 70 – “Feng ai ('Til Madness Do Us Part)”, di Wang Bing (Fuori Concorso)

feng ai“Finché follia non ci separi”: questo, il titolo internazionale dell'ultimo, eccellente documentario di Wang. Il regista stesso, tuttavia, ha avuto modo di sottolineare come il titolo originale consista invece nella giustapposizione secca dei termini “follia” e “amore”. Lungo le sue quasi quattro ore, il film scivola effettivamente, grazie alla sua costruzione (assai più acuta e solida del suo precedente Three Sisters) dalla prima al secondo, in maniera appena percettibile, ma inesorabile.

 

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“Follia”. Un manicomio dello Yunnan, che in realtà è una specie di confino dove vengono sbattuti, e lasciati in condizioni pietose, indesiderabili di vario genere, più o meno da chiunque (Stato, tribunali, mogli, parenti), senza troppe cerimonie. A colpire immediatamente è l'architettura del luogo: un palazzo in cui ognuno dei piani è circondato da un'unica balconata che lo cinge integralmente, dando sul cortile interno. La libertà di deambulazione al di fuori delle celle che questa disposizione garantisce (e che viene qui percorsa in lungo e in largo) si richiude dunque immediatamente in una vivida claustrofobia. Da sempre il cinema di Wang insegue questo paradosso; il suo piazzarsi alla giusta distanza per aderire da presso al tempo degli esseri che ritrae, seguendoli di spalle e leggermente dal basso quando si muovono, indugiando a lungo e con meticolosa attenzione, restituisce un senso di apertura al fluire temporale che più che con la libertà coincide con il suo contrario (vedi il deserto-prigione di The Ditch). Anche qui, il cinese osserva gli “ospiti” lasciando dipanare il trascorrere della loro detenzione, lento e vuoto eppure pieno di irregolarità fisiologico-cinetiche che danno a questa terribile testimonianza una sorta di oscuro fascino fotogenico.

 

“Amore”. In questo inferno, che le mogli dei detenuti in visita spesso non fanno nulla per alleviare (anzi), alcuni pazienti arrivano ad avvicinarsi gli uni agli altri (uomini e uomini; uomini e donne) scambiandosi inattese tenerezze e intimità. Ecco che le discontinuità rintracciate da Wang lungo il fluire del tempo e addosso alla patologia subiscono un salto qualitativo, si riconfigurano in squarcio ontologico, quella frattura dell'ordine delle cose con la quale si identifica l'amore. Nelle parole del regista: “La ripetizione della loro vita quotidiana amplifica l’esistenza del tempo. E quando il tempo si ferma compare la vita”. L'aggettivo “documentarista” va dunque sempre più stretta a Wang Bing. Non etichettiamolo: è ancora in piena evoluzione, e film dopo film continua a sorprenderci con maniere sempre nuove, e sempre preziose, di re-inventare il senso dell'ascolto attivo del tempo.

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