VENEZIA 70 – Incontro con Amos Gitai e Yuval Scharf per Ana Arabia

 Il cineasta israeliano Amos Gitai (Kippur, Terra Promessa, Free Zone e Carmel) presenta alla 70. Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia il suo ultimo film Ana Arabia, per cui si e aggiudicato il prestigioso premio Robert Bresson. Ad accompagnarlo la bellissima attrice Yuval Scharf e i produttori del film.

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Quali sono le fonti e le suggestioni da cui e nata questa storia?

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Amos Gitai: Ana Arabia è la storia di un gruppo di sette personaggi che vivono in una zona limitata, e rappresentano l’umanità e il modo in cui le persone possono coesistere in un fragile contesto utopico. Oggi giorno dal Medio Oriente giungono immagini violente, e con questo film abbiamo voluto gettare una bomba pacifica sull’odio religioso e sulla violenza. Qui le persone vivono insieme e cercano di superare le contraddizioni e i problemi del quotidiano. Per quanto riguarda i personaggi ci siamo ispirati a personaggi realmente esistenti, alcuni dei quali conosciuti durante la realizzazione dei documentari, ma non bisogna dimenticare che in questo caso si tratta di fiction, non di documentarismo.

Che rapporto c’è nel film tra i personaggi e l’uso della musica?

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Amos Gitai: Come molti sanno, mi sono formato da architetto prima che da cineasta e credo che questo periodo storico soffra di un design eccessivo. Questo film vuole essere un tributo a chi non deturpa l’ambiente per viverci, ma si adatta, perché ama il territorio in cui vive. Allo stesso modo la musica tradizionale si fonde con quella di Gustav Maler, che è perfettamente in sintonia sull’ambiente circostante. La musica e il ritmo devono essere in sintonia con l’ambiente circostante e, a differenza del flusso frenetico di notizie veloci e superficiali che giungono ogni giorno dal mondo, il film vuole instaurare nuovamente il tempo, la comprensione e la sensibilità che meritano. Questo è il dovere della musica e del cinema.

Il film è stato realizzato in un unico piano sequenza, una tecnica che fino a pochi anni fa sarebbe stata impossibile. Qual è in questo film il rapporto tra cinema e tecnologia?

Amos Gitai: Realizzare questo film è stata una grande sfida per i tecnici e per gli attori. Quando si gira un film bisogna lavorare su due fronti: forma e significato. In alcuni casi ci si concentra sulla forma tralasciando il significato, in altri casi invece ci si identifica esclusivamente con il messaggio che trasmette. La sfida in questo caso è unire forma e significato. L’idea politica del dialogo e della congiunzione tra israeliani e palestinesi si riflette quindi nella scelta di non tagliare la pellicola, che rappresenta l’idea di non tagliare il rapporto tra queste due etnie.

Il luogo in cui vivono i personaggi è un luogo felice, anche se molto povero. La povertà favorisce il clima pacifico?

Amos Gitai: Non e una questione di povertà ma di semplicità. Nel paese in cui sono nato, in Israele, c’è un buon rapporto tra le gente. L’incontro tra israeliani e palestinesi si vive nel quotidiano e questo film mostra come le persone si muovono nel quotidiano, nel giro di un’ora e mezza e senza l’ausilio del montaggio. Il mio desiderio era creare un luogo pacifico, in cui spontaneamente si crea un clima di pace e solidarietà nel bel mezzo di un grande conflitto. Nel Medio Oriente si vogliono eliminare le diversità culturali e qui, al contrario, si mostra la possibilità di unione. Siamo la culla delle tre religioni monoteiste e abbiamo il dovere di ripristinare il dialogo.

Nel film Via Castellana Bandiera è messa in scena una metafora del rapporto conflittuale tra israeliani e palestinesi e l’impossibilità di trovare la pace se non nell’abisso. Si prefigura una situazione simile in medio Oriente?

Amos Gitai: Non ho visto il film, ma se mi chiede se il conflitto potrebbe finire in un massacro, credo che in effetti esista questo rischio. Ma bisogna anche simulare l’altra opzione per mantenere in vita un’idea utopica di riappacificazione. Le idee hanno un enorme potere, tutta l’umanità è sospinta dalle idee, dunque credo che sia giusto pensare a una convivenza pacifica per il futuro.