VENEZIA 70 – "Istinto Brass", di Massimiliano Zanin (Venezia Classici – Documentari)


Eros e thanatos. I due poli attraverso cui si è mosso tutto il cinema di Brass. Che racconta il sesso, sì, ma anche il disfacimento, il tempo, l’orrore, la morte. E il film di Zanin porta alla luce proprio quello che c’è – di arte, di ricerca formale, di inseguimento di un discorso artistico – dietro quei culi. E prima di essi

Chi è Tinto Brass? E’ il profeta del “lato B”, il poeta del culo, il dio profano del cinema erotico, il virtuoso degli slittamenti progressivi del comune senso del pudore? No. Non è solo questo. E’ moltissime altre cose: è un regista pop, è uno dei ragazzi della Nouvelle vague, cresciuto divorando film alla Cinémathèque française, e poi prestato al cinema italiano. E’ uno dei cugini di Godard, quello che ha sfiorato il cinema hard: un Godhard.

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Brass è anche un talento anarchico, uno sperimentalista estremo, uno capace di mettere in un film i fumetti di Crepax, o di giocare con i generi, reinventando il western in un modo diverso da quello di Sergio Leone. E portando, in ogni caso, molto di personale alla storia del cinema.
Insomma. Una bella domanda: chi è Brass? Prova a rispondere, e ci riesce molto bene, Massimiliano Zanin con il suo film “Istintobrass”, proiettato ieri alla Mostra del cinema di Venezia fra gli eventi di “Venezia classici”. Classici, sì. Ma il film è assolutamente nuovo. Ed è nuovo anche lo sguardo che porta verso un regista spesso considerato di serie B, se non di lato B.
Se chiedi a qualcuno: ma chi è Tinto Brass?, ti risponderà: quello de “La chiave”, di “Miranda”, di “Così fan tutte”, di “Capriccio”, di “Paprika”. Di tutti i film che hanno carezzato ed esplorato le curve di Debora Caprioglio, la languidezza generosa di Stefania Sandrelli, l’esplosione giunonica di Serena Grandi, il sorriso impertinente di Claudia Koll, la nudità angelica di Katarina Vassilissa. Ma il film di Zanin va oltre. Assistente di Brass da più di dieci anni, Zanin esplora il Brass sperimentale, il Brass intellettuale: quello che all’inizio degli anni ’60 si rivelò come uno dei grandi talenti della scena italiana.
C’era, ieri, in sala, senza il suo sigaro, un po’ affievolito nella sua allure, Tinto Brass. Accompagnato da Caterina Varzi, la sua “musa ermeneutica”, come ama chiamarla. E da Serena Grandi. Ha ricevuto un applauso che era di affetto vero, per quello che ha fatto e che ha dato al cinema, con un percorso onesto, mai furbo, mai calcolato. Un applauso che era quasi un abbraccio. Da parte di tanti che, di sicuro, ieri hanno scoperto un Brass  inedito.
E’ sorprendente come, per tutti i primi quaranta minuti di film, non ci sia un accenno all’erotismo, non ci sia un nudo. Ci sono invece interviste a Gianni Canova, a Marco Muller, a Gigi Proietti, a Marco Giusti. Non c’è erotismo neppure nel suo primo film, “Chi lavora è perduto”. Un film di montaggio sui tempi del lavoro e sui tempi dello svago. Sorprendente, dice Gianni Canova: perché nel tempo dello svago, Brass non mostra una sola immagine di sesso. Solo una Marilyn Monroe, icona pop del desiderio. Sì, ma anche attrice morta suicida l’anno prima della realizzazione del film.
Eros e thanatos. I due poli attraverso cui si è mosso tutto il cinema di Brass. Che racconta il sesso, sì, ma anche il disfacimento, il tempo, l’orrore, la morte. Lo sa Marco Giusti, il creatore di “Stracult”. Giusti dice una cosa molto lapidaria, ma anche molto bella: “Dietro quei culi, Brass si nasconde”. E il film di Zanin porta alla luce proprio quello che c’è – di arte, di ricerca formale, di inseguimento di un discorso artistico – dietro quei culi. E prima di essi.

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