VENEZIA 70 – "Jigoku de naze warui (Why Don't You Play in Hell?)", di Sion Sono (Orizzonti)

Giocare all’inferno invocando, fiduciosi, il Dio del cinema. È con questo spirito che Sion Sono torna alla regia dopo la parentesi sul terremoto/maremoto giapponese del 2011 (il dittico Himizu e The Land of Hope), in questo sorprendente Why Don’t You Play in Hell?, sorta di controcampo catartico rispetto a quello (per forza di cose) struggente “impegno” civile ed emotivo. Dopo la devastazione umana e morale non ci si poteva che rifugiare in un universo parallelo, quello del cinema che si ama alla follia, per sfidare leggi fisiche e narrative, per riconquistare un posto nel mondo e difenderlo a colpi di sorrisi.

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E allora: da una parte abbiamo il gruppo di ragazzotti sfigatelli (ribattezzatisi i “Fuck Bombers”) che sognano di girare il film che “cambi la storia del cinema”, fosse anche “un solo film prima di morire”, armati (nel vero senso della parola) di mdp Super 8 prima e di piccole Handycam poi. Giovani eroi, romantici e nostalgici, del B movies che fu. Dall’altra parte ci sono due famiglie Yakuza rivali (come nelle opere “alte” di Kurosawa o Kitano) che inscenano un esilarante teatro postmoderno che rimastica, esagera, cita una babele di riferimenti alla storia del cinema (da Bruce Lee a Tarantino, passando sottilmente per Roger Corman). In mezzo c’è una ragazza irresistibile, Mitzuko, star bambina di un martellante spot pubblicitario diventata protagonista del “nostro” film dieci anni dopo. Sarà lei a scoccare la scintilla di un’inarrestabile violenza iperrealista e provocatoria, incarnando un travolgente oggetto del desiderio che produce il cinema ad ogni movimento e riattiva le dinamiche del sogno. Sbeffeggiando, letteralmente, la morte: il corpo di ogni personaggio diventa (im)materiale (e) malleabile, un fantasma perennemente ucciso e resuscitato dallo stacco successivo, una volta carnefice e l’altra assassino, tanto alla fine “avere il nostro film” sembra l’unica cosa importante.

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In scia al Miike più ironico, forse con meno iconoclastia, Sion Sono inanella una seria infinita di gag autosufficienti tenute insieme da una progressione narrativa sgangherata e irresistibile, assegnando al primo piano dei suoi attori una valenza/violenza segnica quasi “originaria” (da comiche anni ’20) nella plateale deformazione dei caratteri. I Fuck bombers saranno chiamati a filmare lo scontro tra le due famiglie e poi a montare un film con quella pellicola, rigorosamente 35 mm, impastata con litri di sangue e lacrime…ecco: filmare (dopo) l’abisso configurando spudoratamente l'atto “politico” di resistenza del cinema nei confronti della morte. È questo che interessa a Sion Sono.