VENEZIA 70 – "Joe", di David Gordon Green (Concorso)

Nicolas cage in JoeBeh si, io ho una carriera abbastanza insolita” ammette David Gordon Green presentando il suo Joe. Carriera fieramente non omologata, intelligentemente “autoriale” nella consapevolezza con cui sa nascondersi dietro registri, stili e produzioni appartenenti a galassie così diverse. Dopo il detour apatoviano del dittico Strafumati / Lo spaventapassere e l’insolita incursione simil beckettiana di Prince Avalanche, il giovane regista texano torna decisamente alle atmosfere dei suoi esordi in un film che in più punti ricorda Snow Angels e soprattutto Undertow. E allora: il minimo comun denominatore di questa filmografia così sorprendente e variegata può essere rintracciato proprio nell’afflato “favolistico” che Green impone a ogni registro, in quel sottile gioco sugli archetipi universali che lo fa ri-scoprire come uno dei cineasti più “classici” in circolazione.

Joe: partendo dal duro romanzo di formazione di Larry Brown, Green torna nel Sud degli Stati Uniti a ragionare di come il concetto di violenza endemica possa essere redento dalle sofferte scelte personali dei suoi characters. Il Joe di un perfetto Nicholas Cage oscilla tra gli istinti ferini e violenti che lo hanno segnato in passato e l’intima scelta etica di imbrigliarli, reprimerli, sublimarli tra alcool e fatica. Ma non è facile per chi di mestiere avvelena abusivamente gli alberi, contamina la natura, spegne il verde e lo fa appassire per conto delle multinazionali…sino a quando avviene l’incontro con il quindicenne Gary che gli chiede dignitosamente un lavoro. Ragazzino segnato da un padre violento e usurpatore, in inconsapevole ricerca di figure genitoriali altre che lo salvino da un destino segnato: la casa di Gary è il luogo delle ombre e dei fantasmi familiari (la sorellina muta e indifesa, tratteggiata in poche inquadrature, è uno struggente “film” a parte), introdotta da un "No Trespassing" di wellesiana memoria e affacciata su un bosco attraverso il quale si incontrerà il burbero padre acquisito. I motivi della più tradizionale favola realistica di formazione sono posti come naturali premesse.

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Green ripropone sia la circolarità malata che caratterizzava Snow Angels sia quel malickiano “perdersi” nella natura impassibile del ben più ambizioso Undertow, ma stavolta non si concentra più solo sui figli ma tratteggia uno straordinario piccolo percorso di accettazione della paternità che ha quasi dell’eastwoodiano (Joe è ideale parente del Walt di Gran Torino). L’universo “avvelenato” e chiuso nel deterministico destino di armi e violenza viene forzato da Joe, che si porta appresso i segni del vecchio e disilluso eroe western (“non ci sono più frontiere” dice a Gary, una frase che schiude interi mondi interpretativi) ritrovando la scintilla del movimento in un ragazzino orgoglioso da salvare. Perché, in fondo, la cosa più bella che un padre può insegnarti è la bizzarra espressione “addolorata e sorridente” che devi fare per conquistare una bella ragazza…il (classico) cinema americano è anche e soprattutto questo.