VENEZIA 70 – "Mahi va gorbeh (Fish and cat), di Shahram Mokri (Orizzonti)

Il tentativo di trattenere il tempo fra le mani si risolve in una confusione voluta, che biforca ancora una volta i sentieri e nasconde sempre di più la luce del sole. Rimane però la certezza di aver assistito a una coreografia esemplare, un movimento fluido articolato sul dinamismo e sulla pausa, ma che preferisce uscire dal sentiero, per poi ritornavi da altre vie. 

 

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mahi va gorbehGirare un film costituito da un unico piano sequenza non è più una novità, dall’ormai celebre Arca Russa di Aleksandr Sokurov, a PVC-1 di Spiros Stathoulopoulos fino ad arrivare al film di Amos Gitai anch’esso presente a questa edizione del festival di Venezia, Ana Arabia. Esercizio di stile è il commento più frequente e sbrigativo nei confronti di questa tipologia di film. Ma cosa significa scegliere di condurre la narrazione filmica lungo un’unica sequenza ininterrotta?

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Il film di Shahram Mokri si avventura nei boschi delle favole più nere, senza mai staccare l’occhio della macchina da presa dai personaggi che si susseguono per i sentieri coperti di foglie. Inizia con un distacco beffardo, che lascia presagire eventi nefasti nei silenzi che intervallano i dialoghi. Ma allo stesso tempo, con indubbia maestria da parte di regista e attori, un umorismo macabro riveste la prima parte del film, e sorprende la precisione dei tempi comici che si dispiegano di fronte al flusso ininterrotto della ripresa. Ma non siamo di fronte a un film comico. È quasi un film camaleontico, il cui registro e tono cambia spesso durante il corso della narrazione, ma il dilatarsi infinito della ripresa elimina ogni scossone: il ritmo posato e leggero che segue i labirintici sentieri percorsi dai protagonisti fa apparire il film come un qualcosa di liscio e senza sbavature. La naturalezza con cui la camera abbandona un personaggio per seguire il cammino di un altro appare così del tutto comprensibile e mai avvertito come una forzatura. Quando poi ci si accorge che ciò che si sta vedendo non è un susseguirsi unico di avvenimenti, ma un osservare le differenti facce di un unico prisma, il riavvolgersi del tempo su se stesso, la contemporaneità delle azioni nel loro dispiegarsi, allora si coglie la difficoltà ulteriore del lavoro di Mokri. Complessità che non lascia illeso lo stesso film, che tende a soffocare sempre di più sotto ai troppi giri a cui viene sottoposto: l’esile storia iniziale si dirada, la narrazione subisce di continuo cambi di tono, mantenendo come sottofondo l’inquietudine iniziale, in tutti i movimenti percepibili nel fondo dello schermo, fra gli alberi più nascosti.

 

La storia si perde, ma forse non c’è mai stata. Tutto accade contemporaneamente o magari nulla accade. Il tentativo di trattenere il tempo fra le mani si risolve in una confusione voluta, che biforca ancora una volta i sentieri e nasconde sempre di più la luce del sole. Rimane però la certezza di aver assistito a una coreografia esemplare, un movimento fluido articolato sul dinamismo e sulla pausa, ma che preferisce uscire dal sentiero, per poi ritornavi da altre vie. 

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