VENEZIA 70 – "Parkland", di Peter Landesman (Concorso)

parkland, paul giamatti
Da John Kennedy a Lee Harvey Oswald. Due cadaveri. Due funerali. Due lutti che aprono e chiudono i tre giorni forse più terribili della storia d'America (22-25 novembre 1963). Parkland racconta un pezzo di storia in una esilissima linea di confine tra giornalismo e spettacolo. Affastella appunti, volti, sfumature, persino possibili derive di un'antistoria quotidiana

paul giamatti in parkland

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Non si può certo imputare allo scrittore e giornalista Peter Landesman, qui alla sua prima opera da regista, di aver dato un'impronta ideologica al suo originale racconto sull'assassinio del Presidente Kennedy avvenuto a Dallas nel 1963. Se Oliver Stone in JFK lavorava in modo straordinariamente spettacolare, con risultati tecnici senza dubbio memorabili, sulla teoria di Jim Garrison (e non solo) della cospirazione, questo Parkland sceglie un approccio completamente diverso, azzerando le variabili politiche degli eventi e concentrandosi principalmente sui luoghi e i personaggi "comuni" che furono protagonisti di quella tragedia americana. 

Così per la prima volta conosciamo il sarto Abraham Zapruder (un intenso Paul Giamatti), filmaker amatoriale la cui vita sarà per sempre segnata dall'aver involontariamente filmato in Super8 l'omicidio più importante del secolo scorso dando vita forse al primo snuff movie dell'esperienza audiovisiva. C'è il Forrest Sorrels di Billy Bob Thornton, agente dei servizi segreti locali che fino a quel fatidico giorno non ha mai perso un uomo sul campo. E troviamo soprattutto la  famiglia Oswald. Il fratello Robert, stordito dall'insospettato coinvolgimento di Lee Harvey nell'attentato, e una sempre più brava Jackie Weaver nel ruolo della stravagante madre, quasi un'incarnazione nevrotica della parossistica ossessione americana per la fama e l'attenzione mediatica ("mio figlio è un agete segreto degli Stati Uniti ripete insistentemente la donna per tutta il billy bob thornton in parklandfilm"). Ci sono soprattutto i due corpi dei defunti: la vittima e l'attentatore (ucciso in diretta nazionale due giorni dopo il suo arresto da Jack Ruby). Corpi sui quali Landsman nel doppio ricovero al Parkland Hospital, si sofferma con insitenza filmandone il sangue, i lenzuoli che li ricoprono e la ritualità antitetica che accompagna il loro trapasso.

Da John Kennedy a Lee Harvey Oswald dunque. Due cadaveri americani. Due funerali. Due lutti che aprono e chiudono i tre giorni forse più terribili della storia d'America (22-25 novembre 1963). Parkland racconta così questo pezzo di storia, in una esilissima linea di confine tra giornalismo e spettacolo. Affastella appunti, volti, sfumature, persino possibili derive di un'antistoria quotidiana cinematograficamente suggestiva, ma nel cercare la coralità dell'affresco e un'ostenata adesione al cinedocumentarismo (con il pur bravo Barry Ackroyd che nell'insistenza di zoom e macchine a spalla sembra essere rimasto sul set del bigelowiano The Hurt Locker) perde di vista la forza emotiva degli eventi, l'affezione ai tanti personaggi, portando a casa l'interessante bozza di una visione sulla Storia alternativa che purtroppo non vediamo, o vediamo solo a tratti, ma che ci piace immaginare.

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