VENEZIA 70 – "Under the Skin", di Jonathan Glazer (Concorso)

scarlett johansson, under the skinNon sembra esserci speranza alcuna nel terzo film dell’inglese Jonathan Glazer (fischiatissimo in sala) tratto dall'omonimo libro dell'olandese Michel Faber. Il regista di Birth Io sono Sean firma quasi un riadattamento dark al femminile de L’uomo che cadde sulla terra di Nicholas Roeg, ma cupissimo, che fa davvero poco per farsi piacere. Il segreto per una possibile via di fuga risiede probabilmente in un nuovo sentire. Nella formulazione di rinnovati parametri con cui modellare il cinema e i corpi che ne fanno parte. Il glaciale alieno di Scarlett Joahnsson prende vita dal nero pece di uno sfondo dagli illimitati punti di fuga. Dall’assenza di suoni a improvvise vibrazioni, punti luminosi, fasci di luce generano una retina. Nasce l’apprendimento con una voce che sillaba parole per un nuova forma di comunicazione: feel, fear, film, cell.

L’alba dell’alieno per Jonathan Glazer coincide con un ri-nascita del cinema. Tanta roba. Forse troppa. Di certo Under the Skin disturba e mette a disagio non tanto (o non solo) per la visione del mondo che ne deriva, dove morte e sopraffazione paiono come eventi ineluttabili a prescindere dalla presenza o meno di questi extraterrestri venuti sulla terra, quanto per la messa in crisi di un intero statuto dell’immagine e del linguaggio filmico. Glazer riformula in parte tematiche già affrontate dall’Andrew Niccol di The Host per alimentarle con una visionarietà disturbante, monocromatica, a metà strada tra realismo e video arte. Realizza più un horror che un film di fantascienza, con la suspense dettata soprattutto dalla fragilità delle cellule (prima umane, poi extraterrestri) a contatto con l’altro. La sconfitta dell’esistere è dettata dall’ineluttabile vulnerabilità dell’incontro tra noi e loro.

under the skinE così su un furgone l’alieno-Scarlett abborda i passanti come una squillo alle prime armi. Irrigidita in una purezza distaccata, fanciulla, priva di morale si porta via i suoi esseri umani, immergendoli in un liquido amniotico senza fondo. Finalmente (e veramente) into the darkness. Fin quando qualcosa nel meccanismo si inceppa. Come fosse un organismo infettato dai rumori e dalla luce della vita terrestre cade, fugge, prova a reinventarsi umana, ama. Una volta entrata nella normalità di questo mondo il corpo della Johansson non può allora che sprofondare in quella stessa oscurità delle sue vittime. L’uomo si riprende la propria rivincita togliendole la pelle e bruciandole il corpo. Così, senza l’alieno, il mondo torna alla sua condizione iniziale, le ceneri del corpo dall’oscurità approdano finalmente alla luce bianca del cielo, unico punto di fuga di un film claustrofobico e spiazzante. I resti carbonizzati risalgono verso l'alto per poi ricadere sotto forma di  acqua e mantenere così il ciclo degli elementi. La rigenerazione continua a compiersi davanti ai nostri occhi e oltre. Per quelli che restano e quelli che muoiono cambia poco.