VENEZIA 70 – “Une promesse”, di Patrice Leconte (Fuori Concorso)

une promesseNon c’è che dire, aveva proprio ragione Jean Renoir a dire che “al cinema la storia non ha alcuna importanza: importante è il modo in cui la si racconta”.

---------------------------------------------------------------------

---------------------------------------------------------------------

--------------------------------------------------------------------

--------------------------------------------------------------------

Patrice Leconte ce lo dimostra con il suo film Fuori concorso. Regista sempre molto attento, dotato di una sua eleganza innata, asciutto ed essenziale nella narrazione, pur con prospettive differenti ed interessi diversissimi, è erede di una certa corrente del cinema francese che ha sempre badato alla cura estrema della regia, prestando attenzione alla costruzione della storia. Ne deriva un cinema i cui frutti forse non sono forse capolavori assoluti, ma piuttosto offrono una continuità di risultati che hanno l’effetto di costruire una filmografia solida e di costante qualità. Tanto per fare qualche nome Claude Chabrol apparteneva a questa categoria di autori, come egli stesso ha avuto modo di confermare in varie occasioni.

Patrice Leconte fa la sua parte e il suo film non fa altro che raccontare una normale storia d’amore che abbiamo visto e rivisto più volte sugli schermi, ma il suo valore aggiunto è il modo in cui la storia si evolve, dimostrando come il cinema possa farsi scrittura del dettaglio attraendo l’attenzione anche dello spettatore più smaliziato. Due amanti separati dai casi della vita e poi ritrovatisi per coronare il loro amore, sono al centro della vicenda. Il tutto nel clima di una Germania in pieno fervore industriale e politico negli anni che vanno dal 1912 fino alla nascita del nazismo. Il film procede in modo sicuro, disseminando segni che complessivamente letti restituiscono le emozioni che il melodramma deve necessariamente distribuire. Le conte lancia piccoli e significativi segnali, si spinge ma senza concludere, silenziosamente e inesorabilmente costruisce, pezzo a pezzo, una rete in cui ingabbia l’attenzione del pubblico, ne cattura la sensibilità, stuzzicandone il desiderio con ammiccanti “silenziose” inquadrature, movimenti e sequenze in cui, insieme al suo protagonista Frederich, sembra scrutare, osservare l’oggetto d’amore appena sfiorato.

Quando, allo scoppiare della prima guerra mondiale, l’amore tra la bella Lotte e Frederich, assunto dal marito, ricco capitano d’industria, di cui rimane vedova, sembra essere definitivamente naufragato, lui torna, un po’ malconcio, ma ancora pieno di desiderio per lei.

Illustri precedenti hanno raccontato storie d’amore tormentate, indimenticabili, che hanno riempito i sogni delle platee, Leconte forse non ha il fervore di Truffaut (Adele H), non ha il dolore trattenuto e inguaribile di Eastwood (I ponti di Madison County), non ha la totalità dello sguardo hollywoodiano di Fleming (Via col vento), ma possiede la dote della sicurezza nella direzione della messa in scena, quella del coraggio di misurarsi con un’ennesima storia d’amore e la forza evocativa di un cinema che racconta l’amore senza farsi corrompere dalla sua carica di capzioso sentimentalismo.