VENEZIA 70 – "Walesa. Czlowiek z naadziei (Walesa. Man of Hope)", di Andrzej Wajda (Fuori concorso)

Lech Wa??sa, presidente della Polonia dal 1990 al 1995, è stato uno dei personaggi politici più influenti nell’Europa di fine novecento: elettricista, impiegato nei cantieri navali di Danzica ma, soprattutto, sindacalista attivo nella difesa dei diritti dell’uomo durante il regime comunista del suo paese. Andrzej Wajda rende omaggio all’impegno politico del personaggio, costruendo un biopic che ne rilegge venti anni di vita politica: dal massacro in piazza del dicembre 1970 fino all’elezione come presidente, passando per i numerosi arresti, la formazione del sindacato indipendente Solidarno?? e la legge marziale istituita nel 1981. Il regista polacco, classe 1926, condensa fatti e personaggi attraverso una narrazione che sembra correre a rotta di collo, sorprendentemente veloce per un cineasta dallo sguardo talmente classico che, a tratti, sembra provenire più dal mondo della televisione che altro; utilizzando freneticamente (è il caso di dirlo) materiale video di repertorio e una colonna sonora incredibilmente punk rock, Wajda si approccia alla vicenda umana di Wa??sa con spirito sorprendentemente giovane, lavorando di accumulo e mai di sottrazione.

 

L’immagine è costantemente frammentata da un montaggio che fa della velocità il proprio tratto stilistico primario, rileggendo un ventennio di storia polacca in maniera energica e partecipe: quello che manca, purtroppo, è l’intenzione (o la capacità) di trasfigurare la potenza eversiva del personaggio in altro, limitandosi a seguirne le gesta attraverso una velocissima successione di date, didascalie ed eventi. In questo modo lo spettatore si ritrova spaesato in un universo di dati e fatti messi in scena a tratti troppo confusamente, senza mai riuscire ad interrogarsi sui perché e sui come della Storia. Wajda evita l’agiografia del suo protagonista (e questo è un bene), ma allo stesso tempo sembra quasi frenarne la potenza, impedendogli di mostrarsi compiutamente su grande schermo: come nella consueta tradizione televisiva, calca troppo la mano sul mimetismo degli attori (Maria Rosaria Omaggio è una Oriana Fallaci ai limiti del caricaturale) e si limita a un resoconto cronachistico degli avvenimenti storici, talmente fedele da risultare, inevitabilmente, sterile.