VENEZIA 71 – Con gli occhi chiusi (2): Perdite

Qin' ai de (Dearest), di Peter Ho-sun ChanIn un Festival che sembra vivere una strana atmosfera rarefatta, dove le emozioni paiono collocarsi sulla superficie delle immagini e dei corpi che le attraversano, ecco arrivare due film che provano a far esplodere (o implodere) questa mancanza di intensità emozionale, The Look of Silence, di Joshua Oppenheimer  e Qin' ai de (Dearest), di Peter Ho-sun Chan. Due film quasi opposti, nella loro dichiarata adesione alle storie vere che raccontano, storie drammatiche che operano sulle laceranti esperienze del dolore della perdita di qualcuno.

 

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Oppenheimer ritorna nell’Indonesia del 1965, con quel “genocidio politico” perpetrato dai militari della dittatura, ma con la delicatezza formale di farlo commettere direttamente dai cittadini, rapidamente arruolati in terribilie squadroni della morte. E 50 anni dopo i massacri, la perdita è quella del fratello dell’oculista protagonista del film che, insieme al regista, gira di casa in casa, parlando con gli assassini e gli aguzzini di un tempo, alla ricerca non certo di vendetta, in parte si di verità, ma soprattutto alla disperata ricerca di un qualsivoglia senso di colpa, qualcosa che possa permettergli di donare il più nobile dei sentimenti, il perdono. Ma questo, nei vecchi responsabili degli assassini ancora vivi nell’Indonesia di oggi, pare impossibile. E il film resta chiuso dentro questa “impossibilità del perdono”, perché non c’è alcuna volontà di redenzione, nessun senso di colpa, solo voglia di non rivangare il passato. Forse questo lavoro di Oppenheimer meritava maggiore attenzione proprio al senso di perdita, che purtroppo nè la vecchia madre nè l’anzianissimo e malato di testa padre, riescono più  a manifestare. E quindi resta più il senso cinico di quelle stragi, descritte con fin troppa minuzia di particolari, ma sfugge il dramma di chi ha subito la perdita, le milioni di famiglie che hanno sofferto. E mentre resta il dubbio di una curiosità quasi morbosa verso quegli assassini, il nostro sguardo notturno scivola lungo le traiettorie di uno dei più grandi cineasti di mèlo al mondo, Peter Chan, che ci regala il più bel film visto in questi primi tre giorni di Venezia 71, Dearest.

Qin' ai de (Dearest), di Peter Ho-sun ChanCosa abbiamo di più caro al mondo, quando le nostre storie finiscono, i genitori muoiono, il lavoro si perde, ecc….? I figli, ovviamente. Qualcosa da accudire, far crescere, un legame assoluto e naturale che improvvisamente, nella vita dei due protagonisti, due genitori divorziati, viene spezzato dalla sparizione del loro piccolo bambino di tre anni. Da lì parte un dramma incubo nel mondo complesso e per niente pacifico delle famiglie dei bambini rapiti, dei loro gruppi di aiuto e solidarietà, fino al loro organizzarsi alla ricerca dei rapitori. E il dramma diventa sempre più esplosivo, con Peter Chan che dosa con una leggerezza devastante le sue scariche di dolore sui corpi dei protagonisti, che uno ad uno si smascherano nella loro fragilità. Ma questo dolore delle famiglie dei bimbi rapiti sarebbe ancora troppo parziale, per il cinema emotivamente complesso e stratificato di Chan. Ecco che ad un certo punto, in una delle scene più strazianti del film, i due genitori ritrovano il loro bambino, tre anni dopo, e se lo riprendono con la forza, inseguiti dalla “nuova madre”, mentre il bimbo urla disperato e i contadini armati di pale vogliono linciarli. Ma è il loro bambino e la polizia arriva a salvarli. Ma la “nuova mamma” non desiste, quasi ignorando la complicità involontaria nel rapimento operato dal marito ormai scomparso, e mentre la famiglia ricomposta (si fa per dire) cerca di ritrovare un suo equilibrio, la donna inizia il suo personale calvario per riacquisire se non il diritto sul bambino rapito almeno quello sulla prima figlia trovata smarrita, a suo dire, sempre dal marito. E così inizia un nuovo melodramma al contrario, dove quelli che erano i “cattivi” diventano coloro che soffrono, in un vortice di doppiogioco dei sentimenti che espande il mèlo oltre i confini del possibile e, forse, dell’accettabile. Perdere qualcuno è sentirsi privato di un affetto primordiale, fosse anche quello di una madre finta, che però ha cresciuto per tre anni i bambini rapiti o trovati… I carnefici diventano le vittime, tutte le perdite portano dolore. Peter Chan riprende, a suo modo, una storia vera, trasformandola in un fiammeggiante melodramma del XXI secolo. Già da Leone d’Oro, se non fosse, misteriosamente, Fuori Concorso… (f.c.)