#Venezia 72 – Beixi moshuo (Behemoth), di Zhao Liang

Viaggio al centro della Terra. Che però è in superficie. Il ribaltamento del punto di vista è l’aspetto peculiare del modo in cui Behemoth ci conduce alla scoperta delle miniere nelle regioni tra Cina e Mongolia. Le geometrie descritte da Zhao Liang spaziano tra l’orizzontalità del campo lungo che trasfigura il cantiere, e la verticalità dell’infinita e quasi insostenibile discesa nelle viscere del pianeta, dove nuovi mondi si rivelano, sotto forma delle gallerie che gli uomini aprono negli strati sottostanti. C’è la scossa, quasi apocalittica, delle esplosioni che aprono nuovi fronti, e poi il lavoro sistematico di perforazione e apertura di varchi e passaggi, che danno forma a un girone dantesco o un enorme formicaio a cielo aperto.

E poi, d’improvviso, si avverte la sfasatura, il sotto che è diventato sopra. Un nuovo mondo è sorto, fatto di pietre e tonalità ferrose, e occupa adesso la parte alta dell’inquadratura, mentre al di sotto, ritroviamo gli ultimi scampoli di una cultura passata, di armonia con il mondo e gli elementi di quella che un tempo era la vecchia superficie, dove pascola il bestiame e il verde ha ancora il suo posto. E’ una sfasatura, un’anomalia che però è anche a suo modo una perversa idea di nuova bellezza. Ma l’uomo qui non ha più asilo. Può trovare spazio soltanto aprendo nuove geometrie trasversali negli spazi dell’inquadratura, che spezzano e scheggiano il punto di vista, come un mondo visto attraverso un diamante: sono sfasature anch’esse, utili a descrivere i momenti più meditativi, commentati da versi danteschi – invero la parte più debole e didascalica dell’operazione.

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Ciò che conta è che il nuovo mondo non è più questione di violenza perpetrata dall’uomo alla Terra. Semplicemente gli operai – responsabili primi della mutazione – non sono più il centro del nuovo universo. Il ribaltamento colpisce anche loro, figure ormai behemoth2decentrate, rese meccaniche propaggini del paesaggio e del meccanismo produttivo che ha il ritmo delle escavatrici e dei camion che estraggono e trasportano il materiale. Come a rendersi conto di questa rivoluzione avvenuta nella mancata consapevolezza generale, lo sguardo di Zhao Liang si fa più estremo, ma anche dolente, immerge l’immagine nei rossi del fuoco, mentre il corpo umano continua a esistere solo quando è ormai piegato, invaso dalle polveri e coperto di minerali indistinguibili dai pori della pelle. Il racconto si abbandona a questa deriva, con una forza espressiva degna di un Godfrey Reggio che abbia perso il supporto impalpabile eppure così poetico delle musiche di Philip Glass (si ripensi al capolavoro Koyaanisqatsi). Tutto è invece silenzio.

In questa nuova età della pieta, l’uomo di Zhao Liang resta nudo a chiedersi cosa è stato, ma soprattutto cosa sarà: a chi è destinato questo nuovo mondo dove il sotto è ormai il sopra? La chiosa è agghiacciante nel descrivere nuovi ribaltamenti e nuove orizzontalità e verticalità, con le città fantasma, edificate a partire dai minerai estratti e lavorati dalle miniere, dove però non c’è nessuno a vivere i grattacieli ultramoderni che sorgono su terreni brulli e privi di vita. Il viaggio dantesco dall’Inferno al Paradiso non ha consolazione. O forse, semplicemente, la nuova e particolare bellezza di questo mondo è davvero al di fuori di tutto e non può contemplare più l’umano.

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