#Venezia 72 – Incontro con Marco Bellocchio e il cast di Sangue del mio sangue

Il regista ha presentato oggi il terzo film italiano in gara, in sala da domani

Marco Bellocchio e il cast di Sangue del mio sangue incontrano la stampa, dopo il successo delle proiezioni di stamattina.

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La nascita del progetto è da collegare alla scoperta di un luogo ben preciso, importante nella sua vita famigliare e professionale…
Marco Bellocchio: Il film nasce all’interno dei corsi che teniamo a Bobbio da vent’anni, dove ogni anno realizzo un cortometraggio. Sono corti senza un budget vero e proprio, quindi siamo sempre alla ricerca di nuovi luoghi, nuovi posti dove poterli ambientare. Sei anni fa mi vennero suggerite le prigioni di Bobbio, e mi venne in mente di ambientarvi una storia che fosse parzialmente ispirata a quella della monaca di Monza. Questo è poi divenuto l’epilogo del film, con la ragazza che esce dalla prigione di mattoni. Una sequenza che mi fa pensare come tutto il film ruoti intorno al concetto di libertà, in fin dei conti. Anni dopo ho cercato di raccontare come e perché lei fosse finita lì, spostando poi la storia nel presente e inserendovi la componente del vampirismo che secondo me è un giusto apologo dell’Italia di oggi.

 

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Si trova d’accordo con le riflessioni esposte dal personaggio del Conte?
Marco Bellocchio: Da un punto di vista anagrafico sì, almeno sotto alcuni aspetti. Il dominio vampiresco su Bobbio è finito, i vecchi perdono quando si rendono conto di non essere eterni. Dicono addio alla vita. L’incontro con la giovane ragazza, interpretata da mia figlia Elena, gli fa capire che tutto è giunto a una conclusione.

 

Cosa rappresenta per lei la sequenza finale, con l’arrivo dei finanzieri?
Marco Bellocchio: Loro arrivano e rimangono fermi, non sappiamo cosa succederà, un po’ come succede in Gogol. Io personalmente non credo ai miracoli della Guardia di Finanza, ma capisco il senso di sicurezza provato dai cittadini quando leggono sui giornali dell’arresto di dieci, venti o trenta persone indagate. Tengo a precisare che la stampa francese non ha capito questa sequenza, perché da loro la Guardia di Finanza non esiste.

 

La sequenza del dialogo tra Roberto Herlitzka e Toni Bertorelli è bellissima. Come è stata costruita?
Roberto Herlitzka: Da attore penso di poter dire che l’abbiamo fatta come meglio potevamo, senza improvvisare. Non abbiamo inventato nulla, la scena era già presente nella sceneggiatura così come l’avete vista.
Marco Bellocchio: Nel montato originale era più lunga, in seguito l’abbiamo un po’ ridimensionata. Mi piace il tono discreto attraverso il quale vengono dette cose che ritengo vere, e che rispecchiano abbastanza fedelmente quel paese, il modo in cui è stato amministrato e governato, secondo una sorta di isolazionismi vampiristico.

 

La colonna sonora mescola generi diversi riarrangiati in chiave classica, c’è addirittura una cover di Nothing Else Matters dei Metallica.
Marco Bellocchio: Il lavoro sulla colonna sonora è sempre stato magmatico, in tutti i miei film. La mia cultura musicale si limita alla musica sacra e all’opera, sono completamente ignorante in fatto di rock e cose simili, quindi mi lascio suggerire dai miei collaboratori. Il pezzo dei Metallica mi è stato consigliato e l’ho trovato perfetto per la sequenza in cui Piergiorgio è in riva al fiume e vede quello che crede essere suo fratello. L’abbiamo poi ripresa integralmente per il finale e i titoli di coda. In generale, la questione delle canzoni nei film è abbastanza complessa in Italia, a causa dei diritti d’autore. A volte vorresti un pezzo in particolare, ma costa troppo e allora sei costretto a sceglierne un altro.

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