#Venezia72 – Alfredo Bini, ospite inatteso, di Simone Isola

Il ritratto del grande produttore è un’appassionante storia di cinema, un percorso di cadute e risalite, punti di svolta e progressioni drammatiche

È ancora possibile pensare al cinema come a una grande avventura, una sfida ai vincoli dell’economia, delle istituzioni, dei dettami, dei linguaggi convenzionali e della materia più opaca? Alfredo Bini era uno di quelli che il gusto della sfida l’aveva innato, fino a metterlo in campo nella maniera più semplice, spontanea e incosciente possibile. Uno di quei personaggi che al cinema capitano così, per caso, tra una guasconata e una bevuta, forse anche qualche scazzottata. Eppure, sempre così, per caso, sono capaci di alterarne gli equilibri, spostarne gli assi gravitazionali, ritracciarne i percorsi e gli indirizzi.

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Classe 1926, livornese sanguigno, dalla faccia beffarda e dal sangue caldo, la guerra affrontata da adolescente, con la sconsideratezza tipica degli adolescenti, Bini comincia a frequentare il mondo dei registi e degli scrittori tra bar e osterie, salti sul bancone e cene tirate per le lunghe. Fino a che, dopo alcune rocambolesche situazioni, si ritrova a produrre, nel 1960, Il bell’Antonio di Mauro Bolognini. Un film che lascia il segno, ma soprattutto un film “finito”, nonostante le pressioni dei ministeri e i veti di chi considerava l’impotenza maschile come un’ipotesi assurda. È l’inizio di una carriera di produttore rischiosa, sempre al centro di polemiche furenti (quando le polemiche sembravano ancora avere importanza). Eppure una carriera illuminata a cominciare dal legame a filo doppio con Pier Paolo Pasolini, a cui Bini garantirà l’esordio di Accattone, dopo il ritiro sconsiderato dalla produzione di Fellini. Da lì un sodalizio di amicizia e di lavoro, che durerà sino all’Edipo Re del 1967. Cosa è successo a quel punto, non è dato saperlo? Se non far fede alle parole, lucidissime, dello stesso Bini: “da quel momento in poi ho cominciato a sentire un odore di morte”. In mezzo altri titoli, La viaccia, La corruzione, La mandragola. E poi i processi e le censure al Satyricon di Gian Luigi Polidoro, difeso contro la miopia delle procure e gli interessi non proprio puliti di Fellini. Fino alle pellicole più scadenti, alle fughe esotiche e ai tentativi maldestri di risalita, la crisi del matrimonio con Rosanna Schiaffino, il lasciarsi andare alla deriva, i problemi economici dell’ultimo periodo della sua vita.

 

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alfredo bini ospite inattesoSimone Isola racconta tutto questo nel modo più giusto possibile: come una grande storia (da cinema), un appassionante percorso di cadute e risalite, punti di svolta e progressioni drammatiche. Certo, compie un gran lavoro di ricerca, raccogliendo materiali di repertorio, immagini di Bini, apparizioni cinematografiche e televisive, frammenti letti da Mastandrea, testimonianze di chi lo ha conosciuto e di chi ha lavorato con lui, da Piero Tosi a Manolo Bolognini, Giuliano Montaldo e Ugo Gregoretti (che Bini fece esordire con I nuovi angeli), Bruno Torri e Gianni Bisiach, Bertolucci e la Cardinale… Ma soprattutto mostra in ogni istante il suo amore per il “personaggio”, un’adesione umana, di pancia, prima ancora che di testa, che traccia un ritratto ricco, pieno, senza intellettualismi o sovrastrutture. E in questo senso, è fondamentale la presenza di Giuseppe Simonelli, proprietario del Motel Magic, testimone e amico degli ultimi anni di vita di Bini. Di fronte alla sua commozione profonda, Isola non può che mettersi in gioco in prima persona, “mostrandosi” e mostrando una sorta di malinconia inaspettata, tra le righe della sua ricerca. Quasi fosse l’ospite in ritardo, che rimpiange di aver mancato la persona per cui era venuto. Forse c’è anche la nostalgia per una stagione del cinema irrimediabilmente lontana. Ma se le forme son cambiate, la passione è integra.

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