#Venezia72 – Beast of No Nation, di Cary Fukunaga

Dal cinema indie di Sin Nombre (ben due premi vinti al Sundance) alla grossa produzione in costume del classico Jane Eyre; dalla serie HBO di successo planetario (e che successo… True Detective) sino al primo film distribuito da Netflix in contemporanea video on demand (questo Beast of No Nation)… Cary Fukunaga, insomma, si conferma regista-contemporaneo per eccellenza. Capace sempre di con-fondere le piattaforme mediali tentando di restituire un’esperienza cinematografica che persista nel trapasso, che non perda identità nella traduzione, che (si) pensi cinema ovunque.

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Bestie senza Nazione, quindi. Adattamento di un romanzo di Uzodinma Iweala, ambientato in un Paese africano X (ovviamente la Nigeria, terra natia dello scrittore) dove una brutale guerra civile produce la proliferazione di movimenti guerriglieri che “strappano” territori al fantomatico governo ufficiale travolgendo ogni fragile zona cuscinetto. C’è sempre un prima e un dopo la guerra: con i sorrisi iniziali dei bambini per strada, mentre cercano di vendere il rudere di un televisore nel mercato del villaggio, inscenando coreografie ribattezzate “Tv dell’immaginazione”. Straordinaria questa sequenza iniziale: l’inquadratura si origina dal formato/soggettiva di una Tv e si allarga poi al big screen del cinema, doppiando la fantasia dei ragazzini (in un percorso molto autobiografico per Fukunaga…) e abbattendone i confini. Poi arriva l’orrore. La separazione dalle donne, dal materno, dalla Terra Madre malata e infettata dalla guerra: i guerriglieri bruciano la civiltà e uccidono il nemico senza nessun processo (emotivo), rendendo il piccolo Abu “figlio di nessuno”. Bambino/adulto che ha visto la straziante separazione e poi la morte dei suoi cari, sfuggito e solo nella foresta, sino all’annessione forzata a un gruppo militare autonomo. È diventato un guerrigliero adolescente, come tanti altri…

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Beast of No Nation, pertanto, diventa un film speculare all’esordio Sin Nombre – anche lì una famiglia parallela basata sulla violenza nelle gang messicane e anche lì il percorso redentivo di un adolescente imprigionato nel suo tempo – che conferma una regia costantemente attratta dalla scrupolosa cu(ltu)ra dei colori e delle tradizioni del cinema, ma nel contempo immersa nelle azioni dei personaggi e declinata furiosamente al presente. No Future dice Il Comandante: un brutale e sanguinario Idris Elba che domina l’inquadratura con la sua sola perturbante presenza.

Film che traccia un’infanzia violata, allora, in tutti i sensi. Fukunaga non risparmia (quasi) nulla a noi spettatori: si transita dall’orrore all’osceno a più riprese, ci si chiede spesso dove siano i confini di questa incredibile spirale di violenza ingiustificata verso persone e villaggi, prostitute e bambini, natura e cultura. E’ alto il rischio di anestesia del visibile, il rischio cioè di riprodurre le pericolose derive pornografiche a cui le immagini-della-guerra del nuovo millennio ci hanno tristemente assuefatto. Ma Fukunaga, pur eccedendo, ne è sempre consapevole. Oppone le potenze del cinema come argine (il prologo del film è quasi un manifesto di intenti) e oppone la voce fuori campo di Abu (a tratti un po’ ridondante a dire la verità) che in un impeto quasi malickiano astrae il punto di vista e lo piega a una riflessione universale. Fukunaga pensa ogni fotogramma (sua anche la fotografia del film) e semina continui dubbi etici nella “guerra pubblica di immagini” come dice sin troppo letteralmente il corrotto leader politico. Ecco, proprio questi innegabili problemi rendono il film interessante nel dibattito attuale: dov’è il confine etico del rappresentabile e del mostrabile nell’era di You Tube e dei social network, di Abu Ghraib e dei video/armi di propaganda con cui il fondamentalismo 2.0 ci bombarda quotidianamente?

fukunaga1Un merito indiscutibile, allora, diventa configurare in maniera cristallina almeno uno di questi confini: quello sociale che passa tra il tempo della vita e il tempo della guerra. La nuova comunità basata sulla sopraffazione e sulla violenza rende ogni atto possibile: la guerra muta la Legge e la Famiglia patriarcale, capovolge il segno di ogni azione e rende plausibile l’orrore assoluto. L’indifferente mondo del piano di sopra, l’Occidente, è intravisto nelle fugacissime apparizioni dei caschi blu dell’Onu o del fantomatico uomo d’affari orientale che consegna una valigetta (piena di cosa?) al leader politico africano. Il piccolo Agu, intanto, guarda. I suoi occhi ancora vivi sono in perenne controcampo a quelli spenti del (suo) vampiro Comandante, creando crepe in un’immagine apparentemente così netta. Ed è proprio in questa pericolosa – e forse tratti disturbante o stereotipata, è vero – voglia di pensare attraverso il cinema, che Beast of No Nation (com)prende il contemporaneo e ce lo restituisce come abissale dubbio etico sempre in divenire. Un dubbio, evidentemente, senza Nazione.