#Venezia72 – E non lasciano l’erba…sei registi raccontano Milano 2015

L’aspetto più interessante di questa raccolta di sguardi su Milano è strettamente formale, al di là degli oggetti del racconto dei sei autori. Anzi, proprio a fronte di una certa evidente comunanza di soluzioni narrative adottate quantomeno nelle sequenze di raccordo, soprattutto inquadrature fisse su incroci di strade, salite/discese sui e dai tram, inflazionatissime prospettive verticali a toccare il riflesso di vetro dei grattacieli, appare inequivocabilmente evidente il livellamento (verso l’alto eh!) oramai avvenuto nelle capacità virtualmente di tutti di girare belle immagini, avere materiale particolarmente riuscito per il proprio progetto documentaristico.
Qui una moltitudine di droni e ricercatezza digitale permette una coerenza visiva pulita e scintillante che spesso sfocia nella ridondanza quasi da rigonfio video “industriale”/”redazionale”: ma è proprio in situazioni come questa allora che deve venir fuori la visione personale, privata e d’autore.

Da questo punto di vista l’esperienza di Silvio Soldini fa seriamente la differenza e il suo frammento, Tre Milano, che segue le traiettorie quotidiane di un’operatrice di un’associazione per i milanesi di seconda generazione, dell’artista e fotografo Marco Pho Grassi che cerca i tasselli delle sue opere negli scarti urbani della città, e di un tranviere maestro di tiro con l’arco, è una piccola lezione di come si fanno respirare e colloquiare tra di loro gli elementi, le immagini, i frammenti di storie metropolitane.
Anche il lavoro di Giorgio Diritti, Cielo, posto in chiusura del film, appare subito molto intimo e sentito, chiara continuazione della ricerca spirituale del suo cinema: le riflessioni sulla vita contemporanea che il cineasta raccoglie dalla bocca e dal volto sfocato delle carmelitane scalze protette dalla loro grata di clausura fanno però da contraltare a una nuova cavalcata di immagini aeree o in giro per i parchi di Milano che a quel punto lo spettatore avrà già visto qualche volta di troppo.

La sensazione lasciata dalla raccolta a cura di Cristiana Mainardi è infatti quella che non esista una Milano al di là di quella ufficiale, centralissima con qualche new entry come il bosco verticale e tutta la zona di Porta Garibaldi, con la Scala ritratta da Roberto Bolle e la sede del Corriere filmata da Cristiana Capotondi, due episodi che travisano la formula del racconto per istanti e dettagli fino a smarrirsi del tutto per strada la figura che dovrebbe venirne rappresentata.
Per fortuna Elio, il frontman delle Storie Tese, rivitalizza l’urgenza dell’operazione con il suo bellissimo attraversamento notturno di una Milano eterea in cui un 22enne cinese tocca i checkpoint delle serrande abbassate e dei palazzi in decadenza di una quantità di centri culturali della città, teatri, cinema e associazioni. L’artista dietro la mdp assume così una posizione importante per mano e pedali di un alter-ego emblematico.

Nonostante le due prove precedenti da documentarista, anche premiate, Walter Veltroni continua al contrario a mostrare una confusione e un’insicurezza pazzesca nell’organizzare il proprio materiale. Ogni aspetto di questo suo racconto della storia gloriosa del Velodromo Vigorelli è rinforzato sino all’inverosimile di sottolineature, raddoppi che rimpallano tra il repertorio, le interviste e le immagini inedite per ripetere lo stesso concetto, a raccontarci di un’incertezza cronica e disperata dell’autore sulla comprensione o meno da parte dello spettatore, che fa a pugni con l’idea che un documentario debba per forza di cose operare delle scelte e avere delle intenzioni decise.