#Venezia72 – Flussi di realtà e memoria. Intervista esclusiva a João Salaviza

Il giovane e talentuoso regista portoghese di Montanha ci racconta la sua opera prima, un lungometraggio intimo e autentico che affonda nei ricordi e nella realtà di un’età precaria come l’adolescenza

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In occasione della proiezione di Montanha nella Settimana della Critica abbiamo intervistato il regista portoghese João Salaviza – trentun anni e un talento da scoprire – che dopo aver diretto alcuni corti tra cui Arena (2009) e Rafa (2012), premiati con il massimo riconoscimento a Cannes e a Berlino, esordisce con un lungometraggio intimo e autentico, che affonda nei ricordi e nella realtà di un’età precaria come l’adolescenza.

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Qual è la tua formazione in campo cinematografico?
Provengo da una famiglia immersa nel cinema. Mio padre era un montatore e mia madre una produttrice. Ho frequentato una scuola di cinema a Lisbona e un’altra a Buenos Aires. Poi ho iniziato a lavorare come montatore e assistente al montaggio. Ho collaborato a uno degli ultimi film di Manoel de Oliveira prima che morisse. Nel 2009 ho girato il mio primo cortometraggio Arena, poi Cerro Negro e infine Rafa. Quando ho fatto Rafa stavo già pensando a un lungometraggio che affrontasse la transizione dall’infanzia all’età adulta: il senso di responsabilità che vediamo nel giovane protagonista Rafa è presente anche in questo film e quindi il corto è stato un po’ il pretesto per farlo.

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Il film nasce anche dai tuoi ricordi di adolescente…
In parte. Volevo che la storia raccontasse non i miei ricordi in senso oggettivo e narrativo ma le emozioni e sensazioni di quel periodo. Ho pensato che un film potesse avvicinarsi a questa percezione offuscata che un teenager ha in un periodo della vita in cui gli accade di tutto. Quando ho incontrato il protagonista David Mourato ho trovato che avesse una storia interessante e un modo di comportarsi e di recitare che erano tanto importanti quanto i miei ricordi. Quindi ho raccontato la vera storia di David mantenendo una certa distanza come se lui fosse una memoria reale di fronte ai miei occhi. Per questo il film procede come un flusso.

Nel film c’è un lavoro di sottrazione a livello di suoni, immagini e personaggi. Puoi spiegarci questo processo?
Non è qualcosa che avevo programmato. Normalmente il montaggio di un film fa sì che una scena aggiunga qualcosa a quella precedente. Invece in questo caso Montanha si svuota sempre di più come se il montaggio stesso subisse un processo di sottrazione. A mano a mano che il film procede David perde ogni cosa: la madre, il miglior amico, la ragazza, un anno di scuola e per ultimo il nonno. In un certo senso egli rappresenta la figura del perdente che appartiene20660-Montanha_4 al cinema americano classico. Penso a James Dean in Gioventù bruciata. Anche David è un ragazzo bello, intelligente, che sa come fare le cose e come entrare in sintonia con le persone, ma c’è qualcosa nel film che lo rende nervoso e arrabbiato. Vive in un mondo tutto suo. In alcuni momenti il film mi ricorda Paranoid Park di Gus Van Sant per l’astrazione e la percezione del reale. In Paranoid Park accade qualcosa di terribile e il protagonista si sente distaccato, non riesce a comunicare con i ragazzi della sua età, è confuso. Allo stesso modo in Montanha David affronta alcune piccole tragedie, ma la storia si sviluppa piuttosto in rapporto al suo sguardo rispetto al mondo che lo circonda. All’inizio volevo che un po’ di Portogallo fosse presente nel film, volevo rappresentarne la crisi attraverso David, ma quando l’ho conosciuto meglio ho capito che non dovevo preoccuparmi di descrivere l’attuale. David non è preoccupato del paese perché vive in una specie di bolla e il film parla di lui non in quanto personaggio ma come persona reale. In tal senso il cinema e la finzione offrono una specie di protezione che gli permette di essere vero.

Hai parlato di Gioventù bruciata e di Paranoid Park. Quali sono state le altre fonti d’ispirazione per il film?
La maggior parte sono vecchi film, a parte Van Sant. E se ci pensi è contraddittorio perché volevo fare un film su delle persone giovani che somigliasse però ai film di un’altra epoca. Gioventù bruciata è molto presente, mentre nella scena dell’autoscontro ho imitato Mouchette di Bresson. Poi amo Antonioni, la presenza della città come spazio d’oppressione. Anche a me piace filmare l’architettura, gli spazi vuoti. Un’altra fonte è Kiarostami con il suo primo film Il viaggiatore che è qualcosa di toccante. Tra le opere più moderne invece Elephant, Gerry e Last Days, sempre di Van Sant.

Parlando di Antonioni mi viene in mente La notte, dove i due protagonisti vagano per una città fantasma. Anche nel tuo film c’è un personaggio invisibile che è Lisbona. Può spiegarci la relazione tra la città e il protagonista?
Sono cresciuto in un palazzo molto grande, dove ero l’unico bambino. Mio nonno era nell’esercito. Quando è morto io insieme ai miei genitori e a mia nonna ci siamo trasferiti in questo edificio per militari in pensione. Nel film ho voluto riproporre questa situazione. Da una parte si tratta quindi dei miei ricordi, dall’altra con la città ho voluto sviluppare una sorta di geografia degli affetti. In Tom Sawyer 20738-Montanha_5di Twain c’è qualcosa di simile nella campagna, in quegli spazi pubblici di cui i due amici si appropriano per renderli luoghi d’intimità. Mi piace pensare che nel film la città acquisti un senso in base a come i protagonisti la occupano e a come sovvertono le cose al suo interno, nel modo in cui David trova i suoi piccoli spazi, i posti segreti in cui vivere il privato.
Allo stesso momento c’è la presenza di un’architettura moderna che si è avuta con Le Corbusier, che ha trasformato il volto della città. Il quartiere dove ho girato è sorto negli anni ’60 ed era una sorta di utopia con persone di classi sociali diverse che vivevano insieme e affollavano le strade. Oggi tutti stanno a casa e ci sono pochi ragazzi in giro: volevo filmare questo quartiere di Lisbona come una promessa di un paese che non si è mai avverata. È come se l’architettura si fosse dimenticata delle persone. È per questo che la dimensione umana appare così soffocante quando vediamo quanto siamo piccoli se paragonati alla dimensione degli edifici. Antonioni è stato probabilmente il primo a identificare questa caratteristica.

Un aspetto del film che mi ha colpito è la recitazione di David; si comporta come fosse quasi un adulto. Come lo hai scelto e quali sono i consigli che gli hai dato?
Quando ho incontrato David ai casting era molto giovane. Cercavo un ragazzo che che fosse più sveglio rispetto ai suoi coetanei, che sentisse che stava per diventare grande ma allo stesso tempo conservasse le ultime tracce della sua infanzia. La prima volta che l’ho visto ho pensato che avesse talento ma che fosse poco maturo. Poi abbiamo provinato altri trecento ragazzi e nessuno di questi mi ha affascinato; la maggior parte di loro cercava di mettersi in mostra. Io avevo in mente una foto famosa di James Dean in cui lui si nasconde dall’obiettivo, e mi piaceva quest’idea di un at20694-Montanha_1tore che si protegge e prende i suoi tempi per mettersi a nudo. Dopo tre mesi ho deciso di richiamare David e in quel poco tempo trascorso l’ho trovato diverso, se fossero passati altri tre mesi avrebbe avuto i baffi! Nella prima settimana di riprese è stata una tragedia, ero perso, davo tante indicazioni di regia e alla fine tutto il girato è stato cestinato. Così una sera sono uscito, disperato, e per caso ho incontrato i tre protagonisti che stavano insieme a bere; si percepiva un senso di erotismo tra di loro anche se non succedeva niente. Da quel momento ho smesso di pensare al cinema in senso artistico e li ho osservati. Ho iniziato ad ascoltare cosa avevano da dirmi mettendo da parte il copione. Abbiamo fatto un po’ di prove con David decidendo che avrebbe agito come nella vita reale. Per questo alcune scene sono state totalmente improvvisate – ad esempio quando cavalca la sedia a rotelle; altre invece si inseriscono nel cinema classico come la dichiarazione d’amore alla ragazza o la prima volta in ospedale. Avrei potuto fare l’ennesimo film sui teenager con la camera a mano e i ragazzi che recitano in modo naturale – David sarebbe stato adatto – ma volevo creare allo stesso tempo uno spazio cinematografico. Durante la proiezione con il pubblico è stato frainteso proprio questo aspetto: non volevo avere una luce o una messa in scena naturali. In alcuni momenti i ragazzi sono autentici, in altri più cinematografici.

Nel film si nota infatti un lavoro sulla fotografia, ci sono spesso scene in ombra in cui viene illuminata solo una parte del corpo. Qual è stato il lavoro che hai fatto col direttore della fotografia?
L’ispirazione viene sempre dal cinema classico. Ovviamente la maggior parte del film si svolge di notte. Si percepisce un senso di mistero e di bellezza per questi ragazzi che vivono nel buio. Insieme al direttore della fotografia Vasco Viana volevamo evidenziare come loro si sentissero protetti dall’oscurità più che dalla20650-Montanha_3 luce. David è sé stesso di notte, mentre di giorno è come se la luce lo infastidisse. Non è una specie di vampiro, semplicemente c’è una connessione del personaggio con la notte. Si è trattato di un lavoro sul chiaroscuro che si rifa a diversi registi, tra cui Nicholas Ray. Normalmente un regista chiede di avere una luce maggiore, in questo caso volevo che fosse sempre meno in modo da vedere solo una porzione di David. Inoltre c’è una relazione tra la luce e il corpo che è molto pragmatica perché il mondo intorno a lui è sfocato, quindi la mancanza di luce descrive la sua percezione di non riuscire a vedere molto lontano: ad esempio nella scena in cui l’insegnante gli chiede cosa vorrà fare da grande, lui non sa rispondere. La luce crea quel senso di distacco tra lui e il resto delle persone. Nel buio invece trova conforto.

Hai già in mente un nuovo progetto?
Ho qualche idea, ma non vado di fretta. Mi prendo i miei tempi. Penso che il cinema sia un luogo molto pericoloso. Sono un po’ spaventato dalle persone del settore presenti a queste manifestazioni perché sono giovane, ho fatto il mio primo film e ora sono nel festival di cinema più antico. Non penso al regista come a un mestiere o a una carriera. Quando sei nel cinema inizi a distaccarti dalla realtà. Io mi lavo i vestiti, guido la macchina, mi sposto in autobus, incontro persone per strada. Non voglio essere solo un regista. Comunque penso che farò un film in Brasile – la famiglia da parte di mio padre è brasiliana – ma forse impiegherò una decina d’anni!

Tra i film che hai visto qui al festival, qual è il tuo preferito finora?
Penso che il mio preferito sia Jia di Shumin Liu, anche se non l’ho ancora visto. Ho parlato con il regista e mi sembra che apparteniamo alla stessa “famiglia”: come me ha girato in 35mm e ha dato un’immagine particolare della realtà. Tra gli altri film sicuramente Boi Neon di Gabriel Mascaro e ci sono delle belle scene nel nepalese Kalo Pothi. Del Concorso, devo essere sincero, non sono soddisfatto di quello che ho visto finora. I film della Settimana della Critica invece sono molto buoni.

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