#Venezia72 – Il cuore di cane di Laurie Anderson e lo spirito di Lou Reed

E’ per me un grande onore essere ad uno dei più bei festival del mondo” ha dichiarato Laurie Anderson ai giornalisti durante la conferenza stampa di questa mattina sul suo Heart of a Dog – prodotto Dan Janvey, anche lui a Venezia – e da lei definito “trama ideale di ciò che è universale”. Precisando “Questo non è un film su di me ma su come noi parliamo delle storie”, la Anderson ha subito stabilito la centralità del “linguaggio” nel suo film e lo ha fatto ricordando la madre: “era una persona molto formale (eppure) poco prima di morire ci ha radunati attorno a lei: stava cercando di ringraziarci tutti, come fosse davanti ad un microfono; poi tornava a parlare con gli animali. Io guardavo questa scena incredibile di un linguaggio che va in frantumi”, il linguaggio della “persona che mi ha insegnato a parlare. Mia madre ha un grande ruolo in questo film”.

E a proposito di linguaggio ha spiegato perché nel film citi Wittgenstein “l’ho studiato a scuola. Amavo molto le sue considerazioni sulle difficoltà del linguaggio, come artista visiva è un argomento che mi colpisce molto. Faccio un esempio: il concetto di libertà funziona meglio con un dipinto blu. Wittgenstein mi è stato molto utile perché ha parlato dell’inadeguatezza delle parole. Interrogata poi su come l’incidente del lago di cui si racconta nel film abbia influito sulla sua vita, la Anderson ha spiegato che, piuttosto, la memoria visiva di quell’evento ha inciso sulla struttura dell’Opera: “mentre giravo ho ritrovato alcuni vecchi filmini in super 8 (vivevamo vicino ad un lago dove andavamo a giocare con i miei fratellini): era come un mondo magico che riemergeva dalla nostra infanzia… Il film include tutta una serie di processi come questo (Dan – Jarvey – mi ha detto di utilizzarli); è stato un passaggio cruciale”.

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Sul problema della sicurezza negli USA, tema anch’esso focale in Heart of a Dog, sottolineando in proposito l’intersezione costante tra i concetti di libertà e paura ha affermato che La società basata sulla sorveglianza ha reso sfocata la paura”. Nel film, ha proseguito la Anderson, “ho cercato di incoraggiare lo spettatore a guardare attraverso gli occhi del narratore (il cane, le telecamere di sorveglianza…) Il film diventa quasi una commedia fatta alla radio. Vi si parla dei personaggi ma non li vedete: la realizzazione di questo film è il risultato dell’immaginazione”. Sulla scelta della musica ha raccontato: “Quando il film è stato completato non c’era musica; l’ho guardato e ho cominciato a suonare il violino. E’ come se fosse orchestrato… Quindi si è più liberi di perdersi nelle inquadrature… con gli archi si ha una situazione più fluida. Ma il suo è anche un film sull’amore, ha spiegato la Anderson: Tutto gira intorno all’amore. Anche il suicidio che rappresenta una ricerca di libertà. Tutte le persone che cito in questo film sono molto importanti in questo senso”.

E ricordando il marito: Lo spirito di Lou è molto presente nel film. Volevo che ci fosse una parte della sua personalità. Spero di aver messo la sua energia nel film, di averne riprodotto la forza. Sul perché nel film le storie siano connesse con storie di morte, la Anderson, riferendosi agli Stati Uniti, ha risposto: “è strano che la morte sia un tabù. Non si parla molto del processo reale del morire. L’idea è che si debba arrivare a quel momento senza troppo dolore né consapevolezza. Ecco perché ho inserito la scena del veterinario. Trovo questo approccio americano orripilante e ne ho voluto fare argomento del film. Sul concetto di bellezza, ricordando le conversazioni alla NASA in proposito, ha affermato: “Per Einstein era bella la simmetria”. “Questa è un’idea molto occidentale della bellezza: che una cosa somigli ad un’altra. Io ho cercato di arrivare direttamente al vostro cuore, (il film) non doveva necessariamente somigliare a qualcosa”.

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