#Venezia72 – In Jackson Heights, di Frederick Wiseman

Comunità, lavoro, diritti, e poi sorrisi, lacrime, ricordi, e poi lotta, follia, futuro. Si potrebbe continuare ancora e ancora, sono così tante le parole chiave del cinema di Frederick Wiseman che si esce sempre un po’ frastornati dalla visione di un suo film, come investiti da un turbine rigenerante di pura “esperienza”. Ecco allora, se c’è una sola parola da isolare è proprio questa: umanità. Il cinema di Wiseman, ormai da più di 50 anni, non fa altro che cogliere sul fatto la vita delle persone, il loro essere individui immersi in una collettività, soggetti indispensabili a un tutto, minoranze immerse in un fiume di minoranze, filmando la lenta e necessaria (questa volta “solo” 190 minuti di durata) cartografia di uno spazio sociale che da immaginaria diventi miracolosamente tangibile, carnale, “tua”. Siamo noi i protagonisti di Jackson Heights. Siamo noi che ci aggiriamo in quel quartiere così “normale” alla ricerca della straordinarietà in ogni angolo e in ogni strada, in ogni anonimo negozio o luogo di culto: Wiseman è il nostro (cine)occhio che sa tracciare link tra una babele di lingue e culture, nel flusso della vita (e) delle cose.

Dopo due capolavori assoluti come At Berkeley e National Gallery, questa volta l’attenzione si sposta su uno dei quartieri in maggior trasformazione nella New York odierna: Jackson Heights una volta era considerato periferia popolata soprattutto dalle comunità sudamericane (ma anche arabe, ebraiche, italiane, il multiculturalismo è il centro focale della Grande Mela), ora però si trova ad essere al centro delle mire espansioniste di grosse aziende che non trovano spazio utile nell’affollatissima Manhattan. Cosa significa questo dato meramente economico? Significa innanzitutto mutamento geopolitico della zona, che si trasforma in problema sociale per una vasta fetta di working class a basso reddito e quindi in riflessione antropologica universale per Wiseman. Il film è questo e molto di più: sonda i problemi di singole persone e li espande senza nessuna forzatura o “trucco” di montaggio al mondo intero, alla collettività come problema etico universale, alla nostra comunità travolta nel nuovo millennio da cicliche crisi finanziarie e migrazioni drammatiche e urgentissime.

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j hLa macchina da presa di Wiseman, come sempre fieramente silenziosa e (im)personale, si addentra in moschee, chiese e sinagoghe, negozi e locali da ballo, municipi e scuole serali, soffermandosi tra i nuovi immigrati e quelli di seconda generazione, tra politici locali e anziani del quartiere, unendo in un miracoloso flusso i diritti dei lavoratori e quelli della comunità LGBT, l’integrazione degli immigrati e quella degli anziani, le diversità religiose e quelle razziali. Insomma le singole “persone” diventano lo spazio comune. Trovano voce anche solo in un fugace primo-piano, in quel singolo frame di grondante umanità (ancora una volta questo è un film popolato da una miriade di volti inquadrati e poi subito lasciati fuori campo per pudore di “chiedere” troppo): e allora “il denaro parla”, “la povertà è la vera schiavitù”, “una volta si attraversava l’Atlantico ora il Rio Grande, ma si arriva sempre bagnati in America”. Wiseman apre l’ennesima finestra sul mondo in quegli Stati Uniti indagati come laboratorio privilegiato della modernità: diritti e lotte, solitudini urbane (strazianti le parole di un’anziana in carrozzina: “ho 98 anni, che ci faccio ancora qui?“) e flussi economici epocali riflessi nella vita di ognuno. Un esempio su tutti: il B.I.D. – l’accordo contrattuale che “chiede” ai commercianti per lo più sudamericani di accettare nuove regole locative che pian piano riqualifichino il quartiere – schiaccerà alla lunga quelle persone costringendole a emigrare in nuove periferie. Lo spazio muta.

In Jackson Heights, allora, è da un lato l’ennesimo straordinario “document(ari)o” che testimonia un lucido stato delle cose e dall’altro è una potentissima esperienza tutta contemporanea che ci impone di ragionare sul prossimo futuro. Ecco: nel cinema di Wiseman non c’è mai il racconto di un già stato, ma sempre una proiezione nell’esperienza tutta-presente del protagonista/spettatore che pensa con le immagini. La comunità LGBT discute di matrimonio e scende in strada a protestare, un messicano ha difficoltà con l’inglese e viene discriminato in una pizzeria italiana gestita da orientali; molti piccoli commercianti sono in riunione preoccupati da interessi economici più grandi di loro; poi però c’è anche spazio per il compleanno di un amato anziano del quartiere di nome Joe Ricevuto, e poi ancora il racconto/incubo dell’attraversamento notturno del confine messicano, e poi ancora c’è… tutto insieme. Gli spazi diventano vivi nello scorrere del tempo e delle immagini, oltrepassando di netto l’inquadratura e tutti i suoi “filtri”. E allora è la connessione di ogni preziosa diversità a creare la comunità, a creare il mondo tutto e a creare il cinema-mondo di uno dei più grandi antropologi-per-immagini di ogni tempo.

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