#Venezia72 – La recensione del Leone d’Oro: Desde Allà, di Lorenzo Vigas

Da Lontano, Desde allà, il titolo è già abbastanza profetico. Sì perché il film del giovane regista venezuelano Lorenzo Vigas lascia programmaticamente lontano il suo spettatore e fa una fatica evidente a configurare i desideri repressi dei suoi personaggi, rendendo sin troppo algido e “sfocato” un (con)testo di fuoco. Si inizia. Le traiettorie emotive sono cristalline ed elementari: il sesso, la violenza, il voyeurismo. Armando (Alfredo Castro) è un uomo di mezza età blindato emotivamente e in preda a un misterioso passato, intimorito dalla sua omosessualità manifestata in fugaci incontri con giovani ragazzi che adesca in strada e poi semplicemente “guarda” nella sua casa. Tutto fila liscio, lui li paga bene e li fa andar via. Punto. Questo meccanismo però si inceppa quando nella sua vita piomba Elder: un ragazzo problematico, cresciuto nelle periferie violente e povere di Caracas, abituato a re-agire con forza a ogni input della vita. Elder attacca fisicamente Armando, ma ne viene sottilmente attratto, ruba le sue cose ma innesca nel contempo una strana solidarietà. Sino a quando i ripetuti incontri-scontri portano all’avvicinamento carnale, fisico, pulsionale, che Armando fa fatica ad accettare e che la stessa regia nega con continui tagli di montaggio o ri-tagli di messa a fuoco.

E allora: Vigas sa benissimo che consegnando il film al primo piano granitico e ormai iconico di Alfredo Castro non può che favorire l’inevitabile confronto critico con Pablo Larraìn. Del resto molte scelte registiche sembrano mutuate proprio dall’incedere “pedinatorio” tipico del cineasta cileno: non è certo un caso che, oltre all’attore feticcio, Vigas si affidi anche allo stesso direttore della fotografia della trilogia larrainiana Sergio Armstrong. Manca uno sfondo però. Perché se la Santiago di Larraìn (pensiamo solo a Post Mortem) pulsa di vita e di emozioni che si impastano all’immagine sfocata, granulosa e mai nitida, creando perturbanti fantasmi nella percezione delle storie e della Storia… la Caracas di Vigas, invece, sembra totalmente mancare. Sembra costantemente lontana dall’inquadratura. Si avverte solo un’ossessione iperrealista un po’ fine a se stessa nel ritagliare dal “tutto” l’esistenza di queste due persone, le loro azioni e le loro ruvidità, senza che il loro passato (questa è anche e soprattutto una storia di difficili paternità) e il loro complicato presente venga percepito o “sentito” più di tanto. Vien quasi da pensare che le influenze dei produttori Guillermo Arriaga (che firma anche il soggetto) e Michel Franco si siano fatte sentire più del dovuto. Sia chiaro, il film ha diverse sequenze notevoli: il riavvicinamento di Elder ad Armando con il giovane che mangia avidamente sotto gli occhi fissi e affettuosi del compagno sembra idealmente rifarsi a umori pasoliniani (la sequenza del film di Abel Ferrara nel ristorante sul Lungotevere è molto simile); oppure ancora la bella sequenza con Armando che regala l’auto dei sogni a Elder, fulminea e giocata tutta sui dettagli di un rapporto che sboccia. Insomma Vigas ha impennate registiche notevoli ma costantemente sedate da un millimetrico controllo della materia e della messa in scena che – pur aderendo sentimentalmente alla lontananza di Armando – alla lunga anestetizza anche noi. Il talento c’è, si intravede, aspettiamo le sue opere future.