#Venezia72 – Rabin, the Last Day, di Amos Gitai

Perché? Perché è morto Yitzhak Rabin? È stato solo il semplice gesto di un folle isolato? Quali condizioni storiche, religiose, politiche, culturali e sociali hanno favorito il concepimento di quel terribile piano di morte? E come pensare oggi un “film” su un simile evento, proprio nell’epoca dell’ontologica crisi del valore testimoniale dell’immagine (come il sommo Sokurov ci ha ricordato appena qualche giorno fa)? Insomma i quesiti alla base di questo Rabin, The Last Day sono senza ombra di dubbio le domande più complesse che il mondo si sia posto negli ultimi decenni: ci vorrebbe allora una magnifica e anacronistica fiducia per considerare ancora il cinema come terreno privilegiato per interpretare il mondo e le sue derive.

Amos Gitai ci prova, ripartendo dal precedente Tsili. Ripartendo da quel film dichiaratamente originario sulle motivazioni intime del suo filmare può ora permettersi di sfiorare la complessità di uno degli eventi spartiacque nella storia recente riflettendo proprio sugli stessi urgentissimi quesiti identitari. L’intervista iniziale a Shimon Peres, ad esempio, che confida i suoi dubbi irrisolti e i suoi affettuosi ricordi, è interrotta non a caso sull’unica certezza manifestata: “se Rabin non fosse stato ucciso quel giorno, si sarebbe raggiunta la pace?” chiede l’intervistatore. “Si!” è la secca risposta. Perché? Forse perché gli accordi di Oslo del 1993 non avevano solo creato i presupposti per una “risoluzione” della crisi politico/militare tra Israele e Palestina, ma avevano anche fornito il giusto immaginario di riferimento: la celeberrima fotografia della stretta di mano Rabin/Arafat con Clinton gran cerimoniere aveva stretto il mondo in un unico frame e aveva immaginato una speranza allargata a ogni latitudine o conflitto. Speranza spezzata in quel 4 novembre 1995. The last day, appunto. Il giorno che ha congelato il processo di pace radicalizzando le tensioni nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, intensificando gli interventi militari degli ultimi anni e mutando profondamente lo scenario politico mondiale. Il cinema, quindi?

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Il cinema, nel nuovo millennio, non può più limitarsi a (ri)mettere in scena. Anche qui è tutta una questione identitaria: il cinema deve sporcarsi le immagini con la babele di tracce mediali diventate nel frattempo la memoria collettiva del Novecento, inglobando questo repertorio testimoniale grezzo e potenziale (immagini televisive, riprese dei cineoperatori indipendenti presenti quel giorno, ecc) e creando una fertile dialettica con le ricostruzioni finzionali che sono da sempre le armi classiche di un cineasta. Gitai, qui in uno dei risultati più alti in carriera, dialoga costantemente con il passato (impressionante il lavoro di selezione dei materiale d’archivio), declina il suo discorso al presente (il montaggio insistito sulle immagini di vari comizi di Netanyahu è a dir poco significante per l’oggi israeliano) e guarda con fiducia al futuro (siamo solo noi i destinatari di questa abissale inchiesta lunga 150 minuti, noi spettatori invitati sempre pensare oltre le immagini).

E allora: il regista israeliano cerca ancora nel piano-sequenza il giusto tempo della testimonianza (ricordate Kippur o Ana Arabia?), ma questa volta si affida più del solito a primi e primissimi piani che rendano più carnale e ossessivo ogni grumo estetico di fondo. Perché se la Commissione governativa di inchiesta (i cui atti e i cui lunghi interrogatori costituiscono una buona parte della diegesi del film) “non ha il compito di indagare le ragioni politiche e culturali dell’omicidio” come viene ribadito dal suo Presidente, allora è proprio in questo vuoto testimoniale che trova senso il cinema. Gitai non è minimamente interessato a indagare la cruda cronologia di quell’“ultimo giorno”, ma ci gira sempre intorno. La morte di Rabin è confinata in un abissale buco nero dell’immagine e della Storia (destabilizzante e potentissimo l’ideale piano sequenza che monta gli sgranati filmati di repertorio con il digitale odierno lasciando in fuori campo il trapasso) originando un lento e inesorabile concerto di voci e arrivando ad affermare una sola verità: la libertà di interpretazione è l’unica credenza cui aderire senza riserve. Interpretare i fenomeni significa aprirsi a ogni complessità (del visibile) per stimolare un pensiero, sfidando ogni radicalismo acritico e mettendo a fuoco le eredità della Storia.

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1Ecco allora che Gitai non si ferma davanti a nulla, con un rigore registico di raro coraggio: dalle crisi delle occupazioni nei territori di confine (con un eleboratissimo piano sequenza che unisce la terra, le armi, i riti religiosi e i sentori di guerra) al rafforzamento delle politiche sioniste nei comizi della destra radicale o dei rabini più integralisti; dalle durissime manifestazioni di piazza contro la politica di Rabin (con i fotomontaggi che lo ritraevano agghindato da palestinese o da gerarca in una guerra delle immagini tesa all’annientamento identitario) dipinto come un “pericoloso megalomane” dai suoi oppositori e come un “politico visionario” dai suoi sostenitori, sino alle aliene testimonianze del suo assassino più volte interrogato. Quale nesso lega tutte queste istanze (s)chiuse in lunghissimi blocchi narrativi che si susseguono? Forse nulla, forse tutto, siamo noi a dover ragionare. Certo: il regista ha un punto di visita forte e indubbiamente schierato, ma la sua limpida onestà intellettuale non depotenzia mai la facoltà di pensiero del suo spettatore. Lucidità che arriva sino all’atto estremo di ri-concedere volto e parola a Yitzhak Rabin, perché solo alla fine di quest’indagine noi siamo finalmente in grado di ascoltare: il film postpone magnificamente i tempi della Storia e impone quelli del Cinema, permettendo allo stesso Rabin di illuminare in-consapevolmente le ragioni della sua morte e le ripercussioni immense sulle crisi geopolitiche dell’ultimo ventennio.

Gitai osa e ci consegna un dono preziosissimo: condensa le istanze di un’intera carriera ma ci fa pensare nostro il suo film. Crea tutte le condizioni perché le potenze della verità balenino nel dopo-cinema della vita e continuino a lavorare come crepe improvvise da colmare. Questo film sfugge ogni tentazione alla risposta facile o alla propaganda, tentando in maniera sublime di porre solo le giuste domande nei giusti modi. Perché se la pace non è mai un “risultato” ma è sempre un “processo”… eccoci proprio in questo momento, usciti da quella sala, a chiedere ancora: perché?