#Venezia72 – Sangue del mio sangue, di Marco Bellocchio

E tu dice: “I’ parto, addio!”
T’alluntane da ‘stu core…
Da la terra de l’ammore…
Tiene ‘o core ‘e nun turnà?

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Ma nun me lassà,
Nun darme sto turmiento!
Torna a Surriento,
famme campà!

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Come si racconta un film come Sangue del mio sangue? Magari bastasse essere fedeli a quanto visto… Ma il punto è proprio quello. “Non avete visto niente?”, chiede assurdamente il frate Cacciapuoti all’arcigna suora cieca e alla novizia inquieta. Anche se gli occhi ci avessero aiutati, l’inquadratura è lì, vuota, i corpi sono sfuggiti al controllo, nella libertà del fuoricampo. Come in cerca di uno scampo, di un luogo dove non viga più l’autorità, l’imposizione, la norma, la follia dell’inquisizione. Forse ci si sottrae allo sguardo per pura e semplice paura, per evadere dall’impulso delle proprie inquietudini. Come quando Federico (Mai, come le sorelle) esce fuori da quell’unica porzione di muro, la sola inquadratura di cui dispone l’assatanata Benedetta, condannata all’immuratio per aver attentato all’anima del santo Fabrizio, il fratello Mai (!!!) morto suicida. Quanto a lungo si può sopportare di essere il controcampo dell’altro, l’oggetto dei suoi occhi, dei suoi amori e delle sue passioni? Rinunciare all’urgenza fremente di un istinto, per seguire la responsabilità della propria vocazione… semplicemente per salvarsi… Ma come restare vivi? È questo, nel piccolo spostamento di Pier Giorgio Bellocchio, il momento più abissale di Sangue del mio sangue. Ma è solo un momento, il grado più teso di un film che attraversa le ere delle storia e tutti gli strati geologici dell’anima e del cuore, con una potenza di fuoco che ha pochi eguali.

 

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sangue del mio sangue1Diviso in due parti (o forse tre) da una cesura talmente netta da diventare impercettibile, Sangue del mio sangue parte dal passato, dalla struttura claustrale della storia, per aprirsi all’immaginazione di un oggi raccontato con il dolore di una parabola e con la libertà di un sogno. E, una volta rinchiusa in un muro la passione, l’oggi resta abitato da vampiri, da consorterie oscure, da morti che comandano (ancora) su folli sbandati. Ma anche da speranze inattese, da “movimenti impercettibili”, da bellezze pulite e semplici che corrono per le scale incuranti dei divieti, delle chiusure, del vecchiume. Tutto è, in fondo, un movimento di discesa e risalita da quel “gorgo” bellocchiano, che è sempre stato un affare personalissimo di legami indissolubili e di insofferenze rabbiose. I santi e le sorelle, i sorrisi delle madri e i figli sangue del proprio sangue, le madonne e le maddalene, il fiume Trebbia e Gianni Schicchi, i sogni dirompenti e i patteggiamenti con la realtà, le ribellioni e le inevitabili corruzioni.
Bobbio è il mondo”, dice il conte Basta. Tutto parte da lì e torna lì, al luogo originario, alle sue asfissie e alle sue energie segrete. E davvero sembra che Bellocchio voglia portarsi appresso tutto il suo vissuto, i luoghi, le cose, i film fatti, le persone che li hanno abitati e continuano ad abitarli. Ma non come fossero un peso morto: semplicemente riconoscendo in essi la scintilla primaria e l’opportunità di un’ispirazione creatrice inarrestabile, che sa trasformare ogni immagine nella scrittura automatica di un’ossessione o un sentimento che si fa prima corpo e poi, solo poi, idea. Pier Giorgio, Elena, Roberto Herlitzka, Toni Bertorelli, il fratello Alberto, Alba Rohrwacher, Filippo Timi si muovono e vivono. E continuano a vivere anche dopo il film, dopo l’apparenza della parola fine…Non più fantasmi, fantasmi Mai.

 

sangue del mio sangue2Veramente il cinema di Bellocchio non ha agganci, rimandi esterni che consentano un’entrata o un’uscita di sicurezza. Trova solo da sé, in sé, i suoi riferimenti e le sue energie. E perciò, ogni volta, sempre più, sembra il cinema di un ragazzo di 26 anni, che ha la sfrontatezza di mandare all’aria gli schemi e la libertà di spezzare le strutture, attraversando tutte le forme di racconto che ha a disposizione, tutti gli umori, trasformando tutti gli imprevisti della pratica in una ricchezza visiva disarmante. Sangue del mio sangue è il fantasy che Garrone non avrà mai la forza di girare, l’horror di mezzanotte, il saggio di diploma di un principiante che gira senza sceneggiatura, un work in progress infinitamente aperto e infinitamente meraviglioso. Bellocchio è il più giovane regista della terra perché, forse, ha scoperto che la maturità e la vecchiaia non intaccano le forze più intime, più segrete, più vitali. Il digitale si sgrana, ma lascia spazio a una bellezza intatta, ancora pura nonostante la clausura, all’acqua del fiume che scorre vorticosa malgrado lo sfondo immobile del paese. La vita si muove sempre, in ogni direzione. E non c’è prigione che tenga, non c’è regola o inquisizione. Per quanto cerchiamo l’assoluzione, il diavolo è ancora in corpo.