#Venezia72 – Sobytie (The Event), di Sergei Loznitsa

A prima vista potrebbero sembrare immagini girate ieri, se non fosse per lo sguardo di diffidenza diretti verso la camera, e al modo in cui essa squarcia la folla con la sua imponenza, dividendo la massa compatta di persone raccolte nelle strade all’indomani del Putsch nell’agosto del 1991.

Oppure potrebbero sembrare un film di German, con questi volti catturati di sfuggita nel movimento incessante della camera, che raccoglie i loro sguardi impauriti, ostili, persi. Ma Loznitsa, dopo il documentari Maidan, lavora su materiale d’archivio, come già fece con lo splendido Blokada, per riflettere ancora una volta sulla Storia. Mentre si srotolano lingue di filo spinato e si ergono barricate, sculture anonime mute dal profondo della nera disperazione, le persone si riversano per Stalingrado per partecipare, anche solo con la loro presenza, allo svolgimento dell’evento. A differenza della devastazione di Blokada, le immagini di Sobytie trasmettono l’incertezza di quei giorni, ma allo stesso tempo la nostra incomprensione di fronte ad esse. Loznitsa non spiega nulla, non si affida a una voce narrante che possa assolvere a un compito didattico, come invece il connazionale Afineevsky tenta di fare in Winter on Fire, nel tentativo perso in partenza di poter dare un ordine o una chiave di lettura alla storia nel suo svolgersi, piuttosto che avere il coraggio di lasciar parlare da sé le immagini. Ma la questione è forse un’altra: consideriamo già come archivio una storia così recente? La memoria collettiva è già compromessa, le riscritture e le manipolazioni sommergono inevitabilmente gli eventi di ulteriori discorsi. Ma nel riproporre le immagini documentarie, vere e proprie immersioni in un altro tempo così prossimo e così distante, messe in dialogo con altrettante registrazioni audio risalenti a quei giorni, Loznitsa non propone tanto una rilettura quanto una costatazione circa l’incomprensibilità stessa della Storia. In questo caso allora, il cinema non è tanto κίνημα, movimento, ma cinerem, cenere destinata all’oblio.

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Rimangono solo i volti e i corpi delle persone, unici specchi attendibili di un sentimento storico che dopo essersi fatto evento è subito corruttibile. Il resto è solo schermo nero, oblio singhiozzante che scandisce il ritmo del film e riporta incessante alla mente la cenere a cui queste immagini sono destinate. 

 

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