#Venezia73 – Austerlitz. Sergei Loznitsa e i campi di concentramento

di Alessandro Sgritta

 

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Si è svolta questa mattina la conferenza stampa del documentario fuori concorso Austerlitz: erano presenti il regista, sceneggiatore e produttore Sergei Loznitsa, il direttore della fotografia Jesse Mazuch, il montatore Danielius Kokanauskis e il sound designer Vladimir Golovnitski. Girato in bianco e nero con una camera digitale fissa per ogni inquadratura della durata di diversi minuti, l’ultimo lavoro del regista ucraino è ambientato a Sachsenhausen, ex campo di concentramento a nord di Berlino, diventato un centro di attrazione turistica per migliaia di persone. “I protagonisti principali del documentario sono proprio i turisti e le loro reazioni ai luoghi che stanno visitando” dice il cineasta. La camera fissa permette allo spettatore di avere un punto di vista libero e non condizionato dallo sguardo del regista, anche se l’opinione di Loznitsa viene dichiarata esplicitamente alla stampa: “Per andare in questi luoghi bisogna essere preparati, ci vuole una consapevolezza storica che la maggior parte dei turisti non hanno, perché vanno come andrebbero a visitare uno zoo o un qualsiasi sito archeologico, in modo superficiale, senza porsi molte domande, mentre lo scopo di questo film è proprio quello di porre delle domande”. Loznitsa sostiene che “il miglior memoriale esistente in Germania è quello di Bergen-Belsen, diventato un museo dove si può andare a pregare in silenzio e non un luogo per turisti”. Un contributo decisivo viene dato anche alla componente acustica. “Il suono in questo tipo di film è molto importante, ho registrato una grande quantità di materiale prima delle riprese” sottolinea Golovnitski, il sound designer. Nel documentario le uniche voci che si sentono distintamente sono quelle delle guide che spiegano le atrocità e gli orrori che avvenivano in quei luoghi, il vociare del pubblico che ogni tanto ride, applaude e si fa persino fotografare davanti ai pali dove impiccavano i deportati o di fronte alla scritta “Arbeit Macht Frei”, solo qualcuno si ferma a riflettere davvero su quello che sta visitando. C’è infine spazio anche per il montatore Kokanauskis: “In un film che parla di vita e di morte come questo la scelta delle immagini da usare è molto complicata, anche se apparentemente la camera fissa potrebbe suggerire una mancata volontà da parte del regista di indicare un preciso punto di vista”.