#Venezia73 – Glory to the Filmaker. Amir Naderi racconta il “Monte”

Più di quarant’anni di carriera come cineasta per una ventina di film unici, ossessivi, liberi, tasselli di una filmografia apolide, internazionale, interessata all’incontro con culture diverse ma allo stesso tempo coerente. Un’opera che quest’anno il Festival di Venezia ha deciso di premiare con il Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker. Amir Naderi è un veterano al Lido, anche se è stato in concorso per il Leone d’oro solo una volta, nel 2008 con Vegas. Quest’anno in fuori concorso –  anche se in molti tra gli addetti ai lavori si sono chiesti perché non fosse stato inserito nella selezione principale –  porta Monte, il suo primo film realizzato con attori e troupe italiani.

Venezia ormai è casa mia – esordisce il regista iraniano – e con il cinema italiano ho sempre avuto un rapporto particolare, lo amo, lo insegno in tutto il mondo e volevo far parte anch’io di questa grande tradizione”. E finalmente anche la distribuzione italiana – spesso distratta nei confronti dell’opera dell’autore di Marathon – sembra dare voler dare visibilità a questa ultima e folle impresa firmata Naderi se è vero che il film uscirà in sala in 40 copie il 29 settembre. Monte è ambientato a 2.500 metri d’altezza, in una montagna delle Dolomiti: una sfida estrema per i bravissimi attori protagonisti Andrea Sartoretti e Claudia Potenza – in conferenza lei ha felicemente definito Naderi come “un visionario randagio” – e per il direttore della fotografia Roberto Cimatti che ha sottolineato quanto siano state complesse le condizioni sul set: “La variabilità atmosferica era incredibile, un momento avevi un certo tipo di illuminazione e un momento dopo ti ritrovavi a girare in condizioni completamente diverse. Da questo punto di vista il lavoro di montaggio compiuto da Amir è stato straordinario, è riuscito a dare una coerenza incredibile al materiale girato”.

Come sempre Naderi è il grande artigiano/autore del suo cinema. Non soltanto regista ma anche montatore e tecnico del suono in un’opera completamente immersa nel paesaggio, molto fisica, tattile e astratta allo stesso tempo. “Non volevo fare un film sull’Italia di oggi, ma su qualcosa di universale che riguardasse la sua storia e il suo passato. Le montagne e la luce di questo paese sono uniche e volevo scolpire la pietra e la montagna come Michelangelo. Volevo recuperare una certa luce e una certa spiritualità. Era una sfida impossibile da fare”.

Forse non manca anche un messaggio metaforico sui tempi attuali che vive il nostro Paese immerso nell’ombra. Naderi non lo nega anche se lo contestualizza all’interno di una poetica eccessiva e personale, dove il senso del cinema e della vita convergono nella dedizione assoluta alla “creazione”, al film da plasmare. “Questa storia ha elementi che possono essere condivisi da molti giovani. La motivazione del protagonista Agostino è quella che devono avere tutti: il mio messaggio è l’ossessione per la sfida!