#Venezia73 – King of Belgians, di Peter Brosens e Jessica Woodworth

Re Nicolas III del Belgio non è certo un sovrano carismatico. Deriso dalla stampa nazionale (“Re Nicolas il silenzioso” amano chiamarlo) disprezzato dal proprio popolo e commiserato anche dai suoi più stretti collaboratori, Nicolas dà l’impressione di essere un patetico burattino nelle mani del cerimoniale e non un risoluto capo di stato. E’ per ricostruirne immagine mediatica che il palazzo decide di affidare al regista Duncan Llyod, ex documentarista di guerra, un film che segui Nicolas durante un importante summit diplomatico in Turchia. La notizia improvvisa della secessione della Vallonia (al proclama indipendentista “siamo stufi”) e un’improvvida tempesta solare costringono il povero Re, il suo staff e il divertito regista ad una surreale odissea tra i Balcani per tornare a casa. Peter Bronsens e Jessica Woodwoorth tornano a Venezia dopo il passaggio in concorso nel 2012, con un film che si presenta come una sorte di negativo rispetto al più tetro La quinta stagione.Pur condividendo con il precedente le atmosfere apocalittiche e un gusto ossessivo per gli sviluppi grotteschi e assurdi, King of the Belgians è decisamente un’opera più solare e calorosa.

Nonostante lo sguardo critico verso il proprio Belgio diviso e arrabbiato e un’Europa sempre più allo sbando, le avventure di questo loro re triste ricordano più il coming of age tardivo di un uomo in cerca di se stesso che un’acida e snob satira politica. Re Nicolas non è, infatti, un sovrano ambizioso alla ricerca di un’affermazione istituzionale ma un uomo disposto attraverso il contatto con il popolo (non suo) a ritrovare una felicità senza se. Circondato da collaboratori sempre più pronti a riversare la propria fiducia in lui (in particolare il divertente regista inglese, quasi su Paul Greengrass) il re riscatta una vita vissuta sullo sfondo, come un quadro da appendere dietro una scrivania. L’ottimismo che lentamente pervade Nicolas e i suoi compagni di sventura ribalta totalmente la terribile e disperata traiettoria de La quinta stagione, diventando un divertente inno di speranza e d’apertura verso il diverso. Le difficoltà nazionali o la crisi continentale segnato dalle cicatrici di un passato ancora troppo prossimo (la scelta di vagare tra la Serbia e il Montenegro è decisiva), non colpiscono la speranza che invade lo sguardo di un re finalmente ritrovato pronto a tornare in Belgio perché convinto che, nonostante tutto ogni cosa andrà per il meglio.

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