#Venezia73 – La región salvaje, di Amat Escalante

In Concorso, il cineasta messicano sembra inserirsi ancora maggiormente sulla scia del cinema del suo mentore Carlos Reygadas, tra il tentacle porn e la mitologica atzeca su fertilità e osceno

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Colui che ci ha dato la vita si fa beffe di noi, solo un sogno rincorriamo oh, amici miei
colui che dà la vita ci fa vivere, lui sa, lui decide come noi, gli uomini, moriremo.
Nessuno, nessuno, nessuno vive veramente, sulla Terra.
Poema nahuatl del XVI sec, Cantares Mexicanos

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I mostri peggiori spuntano fuori dai titoloni dei giornali, questo è sempre vero: il prodigio del nuovo cinema messicano Amat Escalante, classe 1979, racconta d’aver trovato l’ispirazione per questo suo nuovo controverso film, il suo quarto lungo, leggendo un quotidiano di Guanajuato, la sua città, che titolava “L’annegamento di un frocetto”. Nel fatto di cronaca la povera vittima, che si dava da fare per la comunità intera lavorando in ospedale, veniva ricordata soprattutto per le sue abitudini sessuali: eccolo, il mostro tentacolare, la bestia innominata che ci aspetta nel buio nel capannone in fondo al bosco dove amiamo rifugiarci quando non ci vede nessuno.
Da quale dimensione vengono fuori i tentacoli della creatura immonda in grado di nutrirsi del piacere e della carne dei protagonisti de La región salvaje?

E’ una liberazione fisica e sensoriale che morde, non ha nulla di erotico ma parecchio del sacrificio pagano, della cosmogonia nera degli atzechi: Escalante immerge le sue immagini e le sue due conturbanti e nervose figure femminili in una simbologia millenaria che sembra fondere credenze ancestrali della tradizione messicana su fertilità, sangue, creazione e osceno con le traiettorie del tentacle porn caro all’iconografia nipponica, incrociare Xochiquetzal e Tlazolteotl con Toshio Maeda.

Per forza di cose il risultato è un film ibrido, un essere senza forma e lontano da ogni La región salvaje  Escalantetentazione verso una sensualità possibile o uno sciamanismo psichedelico: la provocazione sembra piuttosto quella di squarciare sistematicamente il meccanismo narrativo mantenuto al livello-base ad un passo dalla soap messicana con la potenza improvvisa di sequenze che svelano tutta la violenza degli scontri privati tra i corpi, le escrescenze, gli istinti animali di sopraffazione e controllo dell’altro (La región salvaje come antidoto ai facili entusiasmi per la VVitch di Eggers?).
Alla stregua del fortunato Heli cannense, che era ancora più efferato, Escalante sembra essere testimone di tutto quello che accade sullo schermo come fosse in uno stato di trance, lontano ed indifferente alla ferocia del patto sociale lascito a marcire sulle immagini – e non è un caso che la violenza più inaccettabile di tutto il film provenga semplicemente da alcune parole, dagli sms ricolmi d’odio e minacce terribili che un personaggio manda al suo amante clandestino, e dalla fredda recisione di un altro tentacolo vitale inserito nel corpo di un uomo in coma.

Se già le opere precedenti portavano chiaro il segno di Carlos Reygadas, che ne era il produttore, stavolta Escalante sembra inserirsi ancora maggiormente sulla scia del cinema del suo mentore, recuperare la poetica sulle mostruosità di un sesso cannibale nella dicotomia tra la repressione della civiltà e l’orrore indomabile ed affamato della natura (il mostro strisciante di questo film come il diavolo visitatore notturno fluorescente di Post tenebras lux).
Ma se per Reygadas il cinema ha ancora la possibilità di far scaturire suggestioni esplosive dalla scintilla delle immagini, per Escalante non esiste davvero alcuna chance per una seppur minima speranza.

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