#Venezia73 – Orecchie, di Alessandro Aronadio

Uno spettro si aggira per la Mostra, lo spettro di Marco Ferreri. Evocato dalla proiezione di Break up in Venezia Classici, il genio del nostro cinema più libero e disturbante è esplicitamente tirato in causa da Indivisibili di De Angelis e probabilmente aleggia anche in alcune pieghe grottesche dei duri campi di battaglia che sono i letti di Tommaso Rossi Stuart.

Aronadio, tornato alla regia grazie al progetto Biennale College a 6 anni dal poco riuscito Due vite per caso visto a Berlino, sembra aggiornare il Tognazzi/Buzzati di Il fischio al naso in cui un vertiginoso Ferreri interpretava il ruolo del Dottor Salamoia in una maniera ridanciana quasi quanto quella con cui Massimo Wertmüller caratterizza il medico che visita il protagonista di Orecchie, solo una delle mille partecipazioni straordinarie di cui è puntellato il film (Rocco Papaleo, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Andrea Purgatori e Ivan Franek solita scintilla di miccia esplosiva), virato in bianco e nero nella ciondolante pensierosità cazzona del cinema indipendente USA.
Il nostro Daniele Parisi il fischio ce l’ha per l’appunto all’orecchio, e nel corso di un’infinita giornata a piedi per una Roma di rapper che mettono Camus in rima tra i palazzoni della street art e commessi di fast food schiavi delle costrizioni dei menu fissi deve cercare di resistere per poter tenere un discorso d’addio al funerale di un amico di cui non ricorda nulla (l’avrà mai veramente conosciuto?).

Le forzature e le eccessive semplificazioni morali che erano evidenti nel precedente film di Aronadio limitano anche in questo caso la riuscita degli istanti nonsense come di quelli più intimi, come il rapporto tra il protagonista e la sua ragazza, Silvia D’Amico, o con la madre Pamela Villoresi, ma il film porta comunque a segno un paio di sketch che non sembrano girare a vuoto.
A salvarlo in percentuale dalla propria natura di simpatica inside joke di area romana in quel b/n in cui appunto si giravano questi progetti una decina d’anni fa (Amanda Flor, Berardo Carboni ecc) e che oggi fa la fortuna di Luca Vecchi & co, è l’ambizione di trasformare l’odissea da acufene del film in una riflessione esistenziale che esplicita la propria tesi nel monologo conclusivo di Parisi al cospetto della bara di un Paolo qualunque.

La domanda sull’effettiva urgenza di questo sforzo collettivo (clamorosa la partitura per basso della colonna sonora di Santi Pulvirenti) in un panorama in assoluta mutazione come quello “giovane” italiano attuale rimane, come anche la sensazione di un eccessivo compiacimento per la chiosa un po’ boriosa del teorema.
Ma questo è probabilmente ininfluente: Orecchie è destinato ad un’esistenza di piccolo cult metropolitano (non foss’altro che per il cameo di Alberto Abruzzese videogamer, non a caso l’unica figura silente del film), e il suo pensiero sulla distanza da mantenere per poter sopravvivere in mezzo agli altri (amare i fischi che non ti fanno sentire la gente, come le riprese tra la folla del finale) è in grado facilmente di fare proseliti entusiasti.