#Venezia73 – Prank, di Vincent Biron

Adolescenza. Quindi scoperta del mondo, del sesso, dell’amicizia, della gioia, della delusione, dell’abbandono e dello “scherzo”: quanti film hanno tematizzato quest’età di mezzo, questo sentimento fugace, questo aritmia turbolenta tipica di quella fascia d’età? Del resto il cinema è arte fanciulla, come dice spesso il grande Olivier Assayas, e allora non stupisce che (soprattutto negli esordi alla regia) torni ossessivamente a confrontarsi con quel sentimento. Chiusa parentesi: bell’esordio quello del giovanissimo cineasta canadese Vincent Biron.

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Prank coglie perfettamente quel singolo momento comune a tutti noi dilatandolo per un’intero film: Stefie, Lea, Martin e Jean-Sé sono quattro amici (in una cittadina canadese) che passano le giornate a fare scherzi come fossero film. Li pensano, li provano, li filmano e li “distribuiscono” in rete, in una dinamica interattiva pienamente inserita in questo tempo di condivisione istantanea dell’esperienza. Stefie è il più piccolo, il più inesperto, il più sognatore e il più innamorato… ma innamorato di Leà, la ragazza del capo-gruppo Martin, e pian piano queste dinamiche verranno a galla provocando i primi veri turbamenti nel gruppo. Ma c’è veramente poco di atteso in questo film, che riesce a sorprendere proprio nella freschissima gestione degli stereotipi: all’acidità di fondo degli scherzi (tra Jackass e le candid camera classiche) si affianca una lieve dolcezza nell’emersione dei sentimenti (come fossimo in un teen movie anni ’80 alla John Hughes, rivisto però da Kevin Smith), tanto da creare un ibrido forse troppo ambizioso, ma che colpisce e resta vivo nel ricordo.

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prankFermiamoci qui. Qual è il ponte che lega queste due tonalità sperimentte dal film? Il cinema, ovviamente. Perché astraendosi dalla storia (i divertenti scherzi situazionisti) e dagli amori che nascono (il pericoloso triangolo), Prank si concede anche una serie di bellissime parentesi visive dove i dipinti di Juan-Sé riconfigurano i vecchi film che i ragazzi amano. Cantando le gesta di Schwarzenegger in Predator e di Van Damme in Senza esclusione di colpi, per arrivare a Bruce Willis e a Die Hard come “testo sacro” per un’intera generazione di adolescenti. Una sensazione decuplicata dallo stesso Biron che richiama apertamente Scorsese (bellissima la citazione di Mean Streets) e più sottilmente Van Sant (in un Paranoid Park molto più edulcorato). Ma se il cinema “deve fare pensare oltre che divertire” come dicono ironicamente i piccoli punk attraversando una videoteca, ecco che tutto questo investimento immaginario si condensa nella folgorante sequenza della casuale visione di The Turin Horse di Bela Tarr. Un cavallo si inoltra nei meandri del tempo e dell’umano in quei magnifici 10 minuti iniziali del film del 2011, ipnotizzando oggi i quattro ragazzi: è come se tutto il loro portato sentimentale inespresso prendesse forma nelle inquadrature di Bela Tarr, viste nella bassa definizione di uno schermo Tv. Segnando un ponte ideale tra due universi cinematografici lontanissimi e per questo eleggendo il cinema come ponte ideale tra l’adolescenza e l’età adulta. Un gioiellino questo Prank, e non è uno scherzo.