#Venezia73 – The Magnificent Seven, di Antoine Fuqua

Da tempo che si progettava un remake del celeberrimo western di John Sturges, che già era una stranissima (quanto meno per l’epoca) revisione di un grande film proveniente da altre coordinate della storia, dell’immaginario, della visione. Semplificato per l’uso e consumo della Hollywood del 1960, Kurosawa restava lì, inespugnabile nella complessità della sua visione. Mentre Sturges toccava uno dei vertici del suo cinema “artigianale”, più attento alla confezione che alla sostanza delle cose, al funzionamento dei meccanismi e delle dinamiche di gruppo che all’affermazione di un’originalità di sguardo o all’approfondimento delle figure. Certo, I magnifici sette e il successivo La grande fuga (1963) ottengono grandi successi e illuminano definitivamente la stella di Steve McQueen, gettando le fondamenta del mito. Ma più che segnare svolte nella storia del western o del war movie, sono macchine settate sulla velocità di punta dell’industria dell’epoca.

Ecco, allora, che l’industria, la MGM, sogna di tornare a quei momenti dorati. All’inizio pensa a Tom Cruise come protagonista, nel ruolo che fu di Yul Brinner. Chiama alla sceneggiatura il Nic Pizzolatto di True Detective (di cui scorgiamo alcune ossessioni, tra chiese abbandonate e croci inquietanti), ma non trova la quadratura del cerchio. Lo script viene rivisto da John Lee Hancock e la regia, dopo alcune resistenze, viene affidata alla furia di Antoine Fuqua. Che si porta dietro, ovviamente, i suoi punti di riferimento, Denzel Washington e Ethan Hawke. Arrivano poi Vincent D’Onofrio, Chris Pratt, Peter Saarsgard nei panni del cattivo. E il dado è tratto.

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the-magnificent-seven2Dopo una stagione di western autoriali, The Revenant, The Hateful Eight, questi Magnifici sette sembrano ritornare allo spettacolo puro e semplice – anche se sarebbe interessante ragionare sul perché oggi il western sia roba da “immigrati”… Racconto che corre dritto, come un colpo di fucile, personaggi tratteggiati con uno schizzo, vettori di movimento e traiettorie di tiro. E Fuqua, più abituato a mettere a ferro e fuoco le città, si ritrova ad affrontare un immaginario che sembrerebbe non appartenergli. Ma basta la sequenza iniziale a togliere ogni dubbio sulle sue intenzioni. Una tranquilla miniera d’oro che viene sconvolta da una serie di esplosioni. È già la strategia del terrore, che si replica pochi minuti dopo, con l’irruzione in chiesa della banda armata, durante un’assemblea di cittadini preoccupati per quanto sta accadendo. A guidarli c’è il ricco affarista Bartholomew Bogue (un Peter Saarsgard di luciferina indifferenza, che conferma il suo stato di grazia dopo Jackie di Larraín), intenzionato ad appropriarsi di tutti i terreni di Rose Creek per sfruttarne le risorse aurifere. Il suo discorso è implacabile, inoppugnabile. Il progresso e il capitalismo, per volontà di Dio. In God We Trust. Il denaro è la casa di Dio. Perciò non c’è bisogno di chiese, si possono anche bruciare. A memoria, non rivedo molte chiese in fiamme nella storia del western americano. Ricordo semmai chiese in costruzione, balli fordiani sull’impiantito, città che danzano sulle fondamenta. Ricordo poi pareti crivellate di colpi, massacri, disillusioni, società che si dissolvono in mucchi selvaggi e nazioni che si disperdono alle porte del paradiso. Ma un’immagine di potenza metaforica così netta, proprio no. Qui il nichilismo è un punto di partenza e non di arrivo.

 

Denzel Washington;Chris PrattLa visione politica di Fuqua è, ancora una volta, incendiaria. Attacco al potere o attacco del Potere, non fa molta differenza. È sempre un sistema che funziona per esclusione, per eliminazione progressiva dei suoi scarti, delle eccezioni, dei pezzi non conformi, in nome di una logica del sopruso, della prevaricazione, della manipolazione. In cui la resistenza è affidata ai singoli, alle cellule “impazzite” dell’ingranaggio, agli shooters che attentano al cuore del meccanismo. Ed ecco, dunque, giungere a East Creek la velocissima mano negra di Sam Chisolm, un altro Denzel Washington “equalizer”, vendicatore invincibile che nasconde, tra le pieghe oscure del suo passato, ferite e segreti che il vecchio Yul Brinner del prototipo di Sturges non sospettava nemmeno di avere. E qui la distanza fondamentale dall’originale. L’opposizione ai “poteri forti”, per Fuqua, non risponde a un vago ideale di giustizia. È qualcosa di più personale, ha a che fare con la rabbia. È una fiamma che attraversa le ere della Storia e i territori del Paese, si propaga dalle praterie e montagne dell’interno fino alle città della costa, lungo una frontiera infinita che segna i luoghi dello scontro. Non è un caso che i magnifici sette appartengano tutti, in un modo o nell’altro, a minoranze, a entità oppresse e sconfitte, o comunque guardate a vista e marginalizzate. L’afroamericano Chisolm, il messicano Vasquez, l’indiano Red Harvest, il reduce sudista Goodnight Robicheaux (con la nevrosi di Etham Hawke che, come sempre in Fuqua, schizza fuori dalle orbite), l’asiatico Billy, il trapper solitario e fanatico religioso Jack Horne (un indimenticabile Vincent D’Onofrio, posseduto dallo Spirito Santo), l’irlandese baro e ubriacone Josh Faraday. Senza voler contare la donna armata, Emma Cullen, vero motore morale della storia. E se nel film di Sturges sopravvivevano le grandi star, qui restano in vita, significativamente, solo gli ultimi tra gli ultimi, quelli che portano scritti tutti i segni della loro disintegrazione.

Certo, in questo The Magnificent Seven, non si compie la stessa parabola autodistruttiva immaginata da Tarantino. Ma Fuqua non gioca. Dice di ispirarsi a Leone, ma nella sua concezione del genere sembra esserci più sostanza politica che forma ragionata, più vita vissuta che immaginario riflesso. Per lui non è questione di lavorare sulle modalità dello spettacolo. E non c’è, del resto, alcun mito da rimpiangere e celebrare. Ieri come oggi, è una lotta per la sopravvivenza, nel mondo, per la strada, nell’industria. Da combattere in forma di guerriglia. Non c’è tempo di disperarsi. Conta far partire il colpo. E prepararsi al prossimo attacco.