#Venezia74 – Abdellatif Kechiche presenta Mektoub my love (Canto 1)

Il primo dei tre canti previsti, di cui due già girati, per Mektoub my love del regista tunisino Abdellatif Kechiche è riuscito a poche ore dalla sua proiezione a dividere la critica, stando a quanto accaduto nella sala stampa del Lido. L’inizio soft della conferenza sul significato del titolo è risolto senza tanti giri di parole, “si tratta di un titolo, punto e basta. Poi certamente il film nel suo insieme ne solleva il significato, l’amore si associa con il destino, lo scopriamo attraverso i rapporti.”

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Il film è ambientato in Francia alla fine del secolo scorso, anno 1994, “un secolo che ho conosciuto benissimo, per capire l’oggi è buona cosa capire il passato. Mi sembra che nell’epoca che ho descritto la gente vivesse in modo più armonioso.” L’inizio di un secolo è più chiara quando ci concentriamo sulla fine del secolo precedente, nel pensiero di Kechiche.

Anche la seconda domanda in fondo è poco incline allo scontro ma paga una certa ingenuità. Un giornalista ha l’improvvida idea di dire che i personaggi sono bellissimi, talmente belli da sembrare finti, “ma comunque veritieri”, conclude. Il regista inizialmente sembra stizzito e rimarca come” hanno elaborato un lavoro di mesi di ricerca ed analisi, esitazioni, dubbi. Certo anch’io sono affascinato dal loro dono, ma loro hanno lavorato bene, e per questo è stato un lavoro fluido, leggero. C’è stato tutto un processo di conoscenza e di stima, ho cercato i migliori attori che esistessero per questo lavoro.”

Il primo vero spunto polemico arriva però dall’accusa di aver trasmesso attraverso il film uno sguardo macho, che offenderebbe le donne, quasi un inno al patriarcato, così lo definisce una giornalista spagnola. “Mi dispiace lei abbia capito così”, rintuzza l’accusa Kechiche, “descrivo delle donne forti, coraggiose. Ho voglia di comunicare l’impressione che ho davanti ai corpi. Nel film ci sono tantissimi visi ed alcuni corpi. Forse lei ha avuto una sorta di pregiudizio.”

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mektoub_my_love_canto_uno_mektoub_is_mektoub-399134039-largeUn nuovo approccio polemico di una conferenza stampa molto movimentata arriva quando al regista tunisino viene chiesto di un certo arretramento subito nel suo modo di fare cinema, una sorta di involuzione, e già prima che Kechiche apra bocca è il pubblico in sala a sottolineare con disapprovazione di non condividere il giudizio del collega. “Non posso giudicare le sue sensazioni, forse non ha capito il film, la risposta, mi scuso. In un film uno mostra e spera di aiutare lo spettatore ad entrare nel film, ma non si riesce con tutti. Parlare di declino mi sembra troppo”, scherza, “le gambe mi tengono ancora benino.”

Del film come è noto è già stato previsto un seguito, tre capitoli in totale, per trasporre doverosamente un romanzo dopo anni di assimilazioni, capirne i personaggi. Tanto da rendere complicato anche spiegare quali sono i procedimenti e la loro esatta successione. Parlare in termini di linearità non ha troppo senso. Il seguito viene descritto dall’autore con enfasi, “ci sarà di che nutrirsi anche nel secondo capitolo. Vi consiglio di lasciare la mente aperta per scoprire cosa può succedere, gli altri snodi drammatici.”

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“Ho voglia di mostrare la vita”, continua riferendosi ad una scena dove si vede un agnello partorire, “il film è un inno alla vita, al corpo, al nutrimento. Sono contento qualcuno l’abbia notato.” Mektoub my love, presente in Lido ed in concorso per il Leone d’oro, è un film con un look impressionista, nel quale il regista ha cercato la leggerezza e la percezione del già visto, nel quale non abbia bisogno di spiegare più nulla allo spettatore, che è lasciato libero così di ragionare e tracciare le sue conclusioni.