#Venezia74 – Brutti e Cattivi, di Cosimo Gomez

Il Papero è senza gambe, la Ballerina, sua moglie, è senza braccia, il Merda è decerebrato (bruciato dalle droghe), ed infine Plissé è nano. Quattro freaks alla ricerca della felicità, che non può che coincidere con i soldi! Insieme hanno tutto quello che serve per realizzare una geniale rapina in banca, ma principalmente ai danni della mafia cinese che nasconde proprio lì i suoi proventi illegali. Peccato che appena dopo aver realizzato il colpo l’avidità di ciascuno scatena la reciproca eliminazione ed a metà del film tutti i protagonisti sono (apparentemente) morti.

Benché al suo debutto dietro la macchina da presa, Gomez, ha una ventennale esperienza cinematografica costruita essenzialmente come scenografo e direttore artistico per registi del calibro di Olmi, Benigni e Tornatore. Le sue qualità di scenografo traspaiono subito nell’ambientazione della vicenda che si svolge in una Roma periferica ed irriconoscibile nella quale convivono degrado ed abusi edilizi ma anche esempi di architettura contemporanea, come la moderna chiesa in cui si svolgono alcune delle vicende, oppure grandi incompiute come la vela di Calatrava.

Soprattutto, Gomez riesce a scrivere (insieme a Luca Infascielli) una commedia-noir che sa rischiare, rimanendo sempre in bilico fra i generi: privilegiando le atmosfere comiche e grottesche a quelle da noir realistico. Insomma, anche se il sangue scorre a fiumi, si resta sempre più vicino a “Smetto quando voglio” che non a “Suburra”. Bisogna riconoscere a Gomez la capacità di non farsi risucchiare nei modelli dominanti dell’attuale cinema italiano e, se proprio bisogna trovargli un padrino per questo battesimo, bisogna guardare oltre oceano, ad esempio, a Robert Rodriguez.

Infine, il film beneficia anche del fatto di aver dato al suo cast principale, formato da Claudio Santamaria, Sara Serraiocco e Marco D’Amore, la possibilità di cimentarsi con ruoli assolutamente inediti per loro, proprio in un momento in cui tutti e tre, probabilmente, sentivano la necessità di uscire da modelli interpretativi forse troppo opprimenti.