#Venezia74 – Downsizing di Alexander Payne

Downsizing parla di un futuro appena prossimo, ma in realtà sembra provenire dal passato (come un po’ tutto il suo cinema) come una gigantesca sala giochi per far divertire il bimbo Alexander Payne

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La cosa più importante che si puo’ imparare è amare ed essere ricambiati di altrettanto amore

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OPEN DAY SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI

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Dal film NICO

Concentratevi sull’amore!

Dal film The Devil and Father Amorth

 

Per una curiosa – forse individuata dai selezionatori? – combinazione di tracce narrative, la prima giornata della 74a Mostra di Venezia si è aperta all’insegna della disperazione, e della speranza. William Friedkin all’inseguimento di un’ossessione da oltre 40 anni, con la “scoperta” che la distinzione tra finzione e “pratiche di realtà” oggi, nel XXI secolo, non esiste più; la sorprendente Susanna Nicchiarelli, che ci restituisce la disperazione fatta voce (e testo), con un’insospettabile tenerezza dietro una facciata di crudeltà che sembra così aliena dal cinema italiano; e il grande monaco calvinista Paul Schrader, finora il più capace di scavare a mano nuda nelle ferite della “disperazione globale” di oggi. La speranza non può esistere senza la disperazione, racconta il prete interpretato da Ethan Hawke, proprio mentre Friedkin arrivato alla conclusione che “il diavolo esiste davvero”, celebra questa scoperta con la speranza: “se esistono i diavoli, esistono pure gli angeli”…

Cinema d’amore, di/sperazione, pronto ad accogliere l’imminente fine del mondo…

Tutta questa complessità, questo dolore profondo, questo entrare nelle viscere dei corpi sofferenti per rintracciarne pezzi di umanità, questo magnifico “lievitare di corpi” (che in Schrader giunge alla poesia come non gli capita molto spesso, troppo avvolto nel suo mantello di magnifico predicatore…), ecco tutto questo strepitare dei sensi che ci ha magnificamente battezzato in questa apertura, è incredibilmente assente in Downsizing, di Alexander Payne. Che pure, più di tutti gli altri, parte con molta determinazione dal concetto di “fine del mondo”.

Downsizing parla di un futuro appena prossimo, ma in realtà sembra provenire dal passato (come un po’ tutto il cinema di Payne), con questi scienziati che premono bottoni analogici enormi, tirano leve, girano manopole, come fossimo in un film di fantascienza degli anni sessanta. Il mondo sta esaurendo le risorse, per i miliardi di esseri umani che consumano come forsennati. Siamo troppi, la Terra non ce la fa più. Cancellata la soluzione di auto sterminio verso la quale sembra correre l’umanità, uno scienziato norvegese scopre che è possibile ridurre sensibilmente i corpi mantenendo inalterate le funzioni vitali, e questa scoperta dà vita a una sorta di “nuova religione”: possiamo ridurre i consumi e le risorse che rubiamo al pianeta riducendo la dimensione degli esseri umani. Inizia una piccola comunità proprio in Norvegia, e lentamente in tutto il mondo comincia a diffondersi questa scelta “responsabile” (per salvare il pianeta), ma anche molto conveniente, perché nel “nuovo mondo” le piccole ricchezze di una famiglia media diventano gigantesche e permettono di vivere degli agi impossibili nel vecchio mondo. In questo contesto seguiamo la vicenda di un “uomo comune” (Matt Damon), con le sue difficoltà finanziarie, che sceglierà dopo molte perplessità, di compiere insieme alla moglie (Kristen Wiig), il passaggio alla “nuova dimensione”. Ma non tutto andrà come previsto…

E’ uno strano cineasta Alexander Payne. Sembra curioso ma raramente entra nelle profondità. E quando lo fa è più per ottenere un effetto scenico che per una reale esigenza di lavorare sulle lacerazioni dell’essere.

Va detto che, forse, Downsizing è il suo film più “sincero”, se attribuiamo questa qualità a un regista che sembra continuamente nascondersi dietro le sue “idee di storie”, affascinato e felice di dove possono portarlo. Payne in questa sua volontà di creazione sembra davvero un bimbo in una gigantesca sala piena di giocattoli, che passa velocemente da un gioco all’altro, quasi impazzito di felicità ma incapace nella frenesia del gioco di assaporare l’esperienza emozionale downsizing-1-1di ogni giocattolo. Qui non fa il furbo Payne, non cerca di ammiccare troppo allo spettatore, e invece di regalargli quello che si potrebbe aspettare, lo incastra dentro un contenitore a tratti folle, che esplode quando sullo schermo arriva Hong Chau, che interpreta una vietnamita che ha subìto il trattamento di miniaturizzazione in prigione dopo essere stata arrestata per una manifestazione di protesta, che lo stesso Pyane descrive come un personaggio “in parte dittatore, in parte di Madre Teresa e in parte di Charlie Chaplin” e che improvvisamente si impossessa della storia costringendo il povero Damon in una serie di attività forzate, che però ad un certo punto, gli forniranno l’humus per la sua ispirazione finale.

Non vi aspettate la fantascienza spettacolare, né particolari conflitti – limitati a poche battute – tra gli uomini grandi e quelli piccoli. Appunto Payne si è appassionato a questa idea per salvare l’uomo, ma a un certo punto non sembra più fregargliene molto dell’umanità e, in un attimo di “gioia cinematografica”, scopre (troppo tardi) che forse potrebbe appassionarsi del suo protagonista. Damon, che per tutto il film aiuta gli altri a stare meglio senza venire praticamente mai ringraziato, ad un certo punto porta da mangiare ad un vecchio messicano immobilizzato su una sedia a rotelle. Questo lo ringrazia con tanta gentilezza, ma Damon (come Payne?) non sembra neanche accorgersi di cosa gli sta capitando. Sta per andar via ma ad un certo punto si ferma, e si volta verso il vecchio, che è tutto preso a mangiare. Qualche secondo di esitazione, cosà farà Damon, tornerà dal vecchio, dirà qualcosa, esploderà in una risata? Niente di tutto questo, Payne raffredda ogni possibile emozione, eppure in quei pochi secondi di esitazione, pochi fotogrammi con il volto di Damon indeciso sul da farsi, ci sta uno dei pochi momenti di “vero cinema umanista” del film. Siamo corpi in mezzo ad altri corpi, e forse l’attimo dell’indecisione dei sentimenti è quello che ci permette di essere ancora umani…

downsizing

Come spesso capita nei film di Payne (cineasta che continua a stupirci per il successo ma anche per le critiche che gli vengono riservate), i personaggi non sembrano mai del tutto “scegliere” qualcosa, sono sempre spinti da circostanze esterne, da una sorta di “pigrizia dei sentimenti”, e anche quando alla fine, Damon dovrà scegliere se far parte del futuro dell’umanità o di restare legato al “meraviglioso passato”, l’indecisione del personaggio ci porterà quasi fino agli ultimi fotogrammi della storia…

Cinema di testa, ma non cerebrale, pieno di lavoro sui corpi che però non sembra mai amare fino in fondo, quello di Payne assomiglia più alle parole crociate che a un romanzo: un puzzle che va ricomposto, secondo un disegno prefissato. Ottimo per passarci i noiosi pomeriggi rilassanti di una calda estate.

It’s the end of the world as we know it

And I feel fine….

 

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Le Arene estive di Cinema a Roma

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