#Venezia74 – Due, di Riccardo Giacconi

Milano 2, quartiere residenziale alla periferia di Milano. Costruito tra il 1970 e il 1979 come una città utopica, è stato il primo ambizioso progetto urbanistico di Silvio Berlusconi. Ciò che oggi a prima vista può sembrare un’anonima periferia, è stato il laboratorio per una vera e propria forma-di-vita, che nei decenni del berlusconismo si è diffusa a livello nazionale e che ha trasformato radicalmente la cultura italiana. Folgorazione assoluta di questa edizione di Venezia, cortometraggio di 17 minuti nella SIC, realizzato dal trentaduenne Riccardo Giacconi, videoartista formatosi presso lo IUAV di Venezia, la UWE di Bristol e la New York University. Nel 2016 ha ricevuto il premio di produzione video ArteVisione a cura di Sky Arte e Careof. Ha presentato i suoi lavori in numerosi festival, tra cui New York, Rotterdam, Roma, Torino, FID Marseille (Grand Prix della competizione internazionale 2015) e Filmmaker Festival di Milano (Primo premio “Prospettive” 2015). Diapositive dell’utopia urbana, pensata per i benestanti, concepita per la moderna maggioranza. C’è sempre uno sfarfallio nelle immagini immobili, che riprendono tutti gli angoli del sogno, una sorta di movimento intrappolato nei pixel che però certifica la vita, cadenzato dalla poetica di una donna microfonata e dall’ideatore del progetto urbanistico, intervenuto telefonicamente come fosse un testimone oculare, un colposo colpevole dalla voce intermittente ed incerta. Uno! La voce femminile, dopo ogni passaggio, ritorna ad uno, perché ad ogni immagine segue un riavvolgimento. Parte con uno sky-line all’imbrunire e chiude allo stesso modo: possiamo fermarci di fronte al paesaggio come davanti a uno “spettacolo” (un varietà, un tg, un talk-show…)… possiamo guardarlo da un punto di vista, contemplarne l’armonia e la varietà, apprezzarne la composizione; e forse, se siamo meticolosi, scoprirvi qualche geometria soggiacente, recondita, un piano segreto che abbia agevolato la discesa in campo. Possiamo anche scrutarne l’orizzonte che delimita questa estensione, esplorare il panorama come “osservatori”, dichiarare “che bello!”, e andarcene, fuggire.

SIC@SIC17-DUE-3D’altra parte, si pensava di saltare questo corto e rientrare in sala direttamente all’inizio del lungo che seguiva, Drift. Poi, proprio quando non ci credevi più, Due ti assorbe nell’incessante gioco delle sue correlazioni, attivando la nostra vitalità con le sue diverse messe in tensione. Si vaga con il pensiero grazie alla sua lontananza, ci rende “sognatori”. Il percettivo vi diventa affettivo e la fisicità delle cose, delle strutture, facendosi evasiva, si bagna di un infinito aldilà. <em>Due è da mostrare anche fra qualche era politica, perché testimonia il nostro fallimento, cementificato, lapidale, discorso valido anche per Frederick Wiseman e il suo Ex Libris, opposto esempio memorabile di realtà passata che si compie utopia realizzabile. Nella diapositiva c’è sempre qualcosa o qualcuno estraneo perché in movimento, ossimoro percettivo come un’utopia realizzabile. Due è una deriva, andando in giro a piedi senza meta od orario, Scegliendo man mano il percorso non in base a ciò che sappiamo, ma in base a ciò che vediamo intorno. Straniati a guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto in modo da portare al centro del campo visivo l’architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarsi attrarre dai particolari. Due è il mondo democratico; per democratico si intende un sistema in cui la maggioranza ha sempre ragione senza che le minoranze abbiano torto. “Città continente”, deserta, con il custode che si tiene la testa tra le mani, fermo immagini con derive percettive. La critica al mito della comunicazione globale e alle democrazie governate dalla “mafia dei media”, i concetti di “gruppo critico”, “villaggi urbani”, attraversa con silenzi d’autore, il primo luogo “survivalista” nostrano, in attesa apocalittica. Non so perché, torna alla memoria l’albero sacro che ha lasciato il posto a un supermarket, come in Dove sognano le formiche verdi di Werner Herzog. Spazi aperti e assenza di prospettiva, arriva l’immagine folgorante (ancora una volta…) dell’uomo che si è fatto da sé, che non è inteso da nessuno, e che nessuno capisce ancora, perché la sua tribù è estinta, scomparsa (o quantomeno è stata mandata a casa…). È rimasto solo soprattutto perché nessuno parla il suo dialetto (la sua lingua imprenditoriale), in un convenzionale problema herzoghiano di rapporti sfalsati tra grande e piccolo, giusto e sbagliato, tempo e mito… ecco: agli spazi di comunicazione collassati, alla mutazione di condizione e prospettiva, corrisponde la morte… in due.