#Venezia74 – Hannah, di Andrea Pallaoro: incontro con il regista e Charlotte Rampling

Se Hannah di Andrea Pallaoro – in concorso a Venezia 74 – è un film omaggio a Charlotte Rampling, la conferenza stampa sembra una continuazione di quest’atto contemplativo. Sin dall’inizio del incontro con i giornalisti, il regista trentino continua a manifestare la sua assoluta ammirazione, assecondato dai presenti che si alzano per applaudire. Lei sorride e si lascia voler bene, eterea, con uno sguardo che ricorda quello del suo personaggio in Hannah: come se cercasse una via di uscita alla realtà dove si trova.

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L’abbiamo vista in primo piano per quasi due ore: persa, apatica, nuda, a fare suoni gutturali. Adesso tocca sentirla e capire se siamo di fronte ad Hannah, a Charlotte, oppure tutte e due. La sua prima risposta, sicuramente, fa sorridere il regista: “Sono stata sempre affascinata del fatto che la macchina da presa potesse mettersi dentro la mente delle persone, e Andrea è bravo a fare quello. Lui ha trovato un altro modo di toccare l’umanità dei personaggi; il modo in cui segue Hannah, la forma in cui esplora il silenzio dell’esistenza che non è triste, ma è un modo di sopravvivere. E per me è proprio quello l’argomento del film, come riuscire a sopravvivere”.

A questo punto e senza nasconderlo, gli occhi di Pallaoro brillano come quelli di un adolescente innamorato. Poi, si lascia andare: “La sceneggiatura è stata scritta proprio per Charlotte. Anni fa la vidi per la prima volta in un film di Luchino Visconti, “La caduta degli dei”, e m’innamorai. Iniziai a seguirla nei suoi ruoli, sognando di poter lavorare un giorno con lei. Qualche anni fa le mandai la sceneggiatura e una copia del mio primo film. Dopo qualche giorno lei rispose. L’incontrai a Parigi e quell’incontro segnò l’inizio di un’amicizia; l’esperienza di creare questo personaggio con lei mi ha insegnato tantissimo. Lei scava al interno del mondo interiore del personaggio, lo fa in un modo che ammiro moltissimo”.

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Dopo il suo esordio con Medeas, sezione Orizzonti alla Mostra di Venezia 2013, Pallaoro hannahcharlottetorna a raccontare una storia che si fissa negli stati d’animo dei personaggi e anche nel rapporto tra identità personale, sociale e di coppia. Riguardo a questo, il regista aggiunge: “L’obiettivo e stato quello di penetrare il mondo interiore di questa donna, un personaggio intrappolato dalle sue incertezze, dalle sue dipendenze. Ho cercato proprio di favorire un approccio sensoriale ed emotivo, ancora di più di quello narrativo. Poi, volevo proprio esplorare il confine tra individuo e coppia, cosa succede nella mente di una persona quando dopo 40 anni di vita insieme si scoprono delle cose che sconvolgono tutto; cosa succede con la propria identità”. Presa da un inaspettato entusiasmo, Charlotte prende la parola: “Andrea ed io ci capiamo a livello creativo, siamo diventati amici e non parliamo soltanto di film ma anche dalla vita. Quando abbiamo cominciato le riprese, mi sentivo molto sicura, non c’era molto da dire riguardo a come girare il film, non c’era quest’ansia ma una calma meravigliosa”.

Una domanda rompe la dinamica stabilita tra Andrea e Charlotte; qualcuno chiede all’attrice il suo parere sulla mancanza di registe donne nei festival e se lei pensa che questo sia un problema. Charlotte sembra un po’ sconcertata. Rimane in silenzio per un attimo e poi risponde: “Non penso che ci sia un dibattito, sinceramente non vedo il problema, cosa vuoi che ti risponda? Non capisco la domanda, penso che tu stia generalizzando…se una donna vuole fare un film deve farlo, tutti dobbiamo lottare per fare delle cose, non soltanto le donne… scusami ma non so cosa rispondere”, sentenzia.
Mentre il giornalista riprende il fiato e l’incontro si avvia alla fine, il discorso vira verso gli aspetti più tecnici del film che parlano del mondo proposto per il regista. “Con il direttore della fotografia e i collaboratori” racconta Pallaoro, “abbiamo voluto trovare un linguaggio cinematografico che riflettesse sul senso di disorientamento e confusione che Hannah prova in questo momento della sua vita. Abbiamo cercato anche di mostrare una sorta di erotismo velato; volevo eccitare l’immaginazione dello spettatore nascondendo più che mostrando, invitare lo spettatore a seguire un percorso individuale, riflettere, mettersi in discussione e capire se stesso. Questa è la catarsi del cinema”.