#Venezia74 – Il cratere, di Luca Bellino e Silvia Luzi

I Caroccia sbarcano il lunario come ambulanti da fiera, inventano giochi e premiano con bambole e peluche “autoprodotti”. Un tiro due euro, tre tiri cinque euro, si nun o vvuliti o iettammo… “Pure se sono cinquanta euro a serata”, e così cinquanta dopo cinquanta, il capofamiglia Rosario tiene in piedi la baracca, mentre la sua compagna gira piazza per piazza. È una vita dura, contando anche che i figli son tanti. Ma le speranze di riscatto ricadono sulla piccona Sharon, dodici anni, un talento per la musica, che sin dalla più tenera età accompagna in giro i genitori, attirando la gente con la sua voce. Ma anche nel panorama della canzone napoletana, lanciare una carriera costa soldi, investimento, sacrificio, studio. E richiede una strategia. È Rosario che cerca di farsi carico di tutto, come un vero e proprio manager: scegliere la canzone adatta, pagare gli autori e gli arrangiatori, cercare uno studio di registrazione, procurare l’uscita sulla Tv locale, cercare l’immagine adatta alla figlia. Fatica improba. Sto esaurito… vui me mannate a o manicomio, ripete, mentre accende una sigaretta dopo l’altro e si fuma l’anima. Perché, alla fine, Sharon ama cantare, ma vuole vivere la sua età, rivendicare i suoi dodici anni, il diritto alla spensieratezza, al gioco, alla libertà della scoperta.

il cratere2Il cratere racconta tutta la tensione che percorre il rapporto tra padre e figlia, nel bene e nel male. In questa tensione trova il suo cuore profondo, la sua scossa emotiva originaria, la sua verità, al di là delle solite inutili distinzioni tra la realtà e la scrittura, tra le deviazioni dell’imprevisto e la consapevolezza della forma che arriva sino alla messinscena. E che Luca Bellino e Silvia Luzi cerchino una forma che sia una scelta precisa di stile è chiaro sin da subito, da quelle inquadrature strettissime, da quei primi piani quasi asfissianti, quegli inseguimenti sfiancanti. Fino al rischio di farne un eccesso di maniera. Ma il loro sguardo opprimente dice, in fondo, che Il cratere racconta un’altra guerra, seppur forse senza più arte né parte. Una guerra tra due persone che vivono d’amore e incomprensione. Ma soprattutto una guerra combattuta tra il sogno e la necessità. Rosario e Sharon non hanno né strategia né diritti da rivendicare, se non quello, umanissimo, a una felicità ipotetica, immaginaria, sognata nel denaro e smarrita a ogni giro di giostra, nel logorio della disillusione quotidiana. Si combatte contro e per questa assurda vita di fatica, di ansie, di insonnie, di dolori e rabbie che scoppiano all’improvviso. Proprio quando Sharon non ce la fa più e comincia a correre, mentre la musica, la sua canzone, si indurisce in un impeto punk, è proprio lì che il film cambia registro e prende un’altra piega. Fin quasi a impazzire in quest’ossessione da circuito chiuso, nell’ansia di controllo che, inspiegabilmente, s’impadronisce di Rosario e che diventa quasi quel reality che Garrone avrebbe voluto fare, senza averne la forza. Del resto, il segnale già c’era stato poco prima, l’inquadratura si era finalmente aperta grazie all’obiettivo della videocamera di Rosario. Era lì, solo nella prigione di un’altra immagine, che l’aria aveva ricominciato a passare e l’energia a scorrere. Da quel momento tutto procede attraverso l’immagine, i ricordi, gli affetti, le paure. L’oppressione da interiore diventa esterna, globale, sistemica. Ed è da lì, da quella gabbia del quadro, dall’impasse del rewind, dall’immagine imposta e sovrapposta, che Sharon prova a fuggire in un finale straordinario…