#Venezia74 – Invisible, di Pablo Giorgelli

“Un uomo invisibile può dominare il mondo. Nessuno può vederlo arrivare, nessuno può vederlo andarsene” (L’uomo invisibile, James Whale, 1933)

Non è un caso che, nell’immaginario collettivo, essere invisibile sia considerato un super potere. Ma questa capacità di sparire, di nascondersi, di non esistere per nessuno tranne te stesso, diventa bella soltanto quando è una scelta e non quando sono gli altri a decidere che sei invisibile. Prendendo questa problematica quasi come una lotta, c’è un certo tipo di Cinema che ha sempre cercato di mettere in evidenza quei personaggi che vivono in secondo piano, che parlano ma non si sentono, che vivono ma non si vedono. Come se in quel mondo sospeso, gigante, finto e morto trovassero la visibilità definitiva. Forse, l’unica che avranno mai.

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Nel suo secondo lungometraggio, Invisible – coproduzione Argentina, Brasile, Uruguay, Germania e Francia, in concorso alla sezione Orizzonti di Venezia 74 – il regista argentino Pablo Giorgelli evidenza quest’ossessione e si fissa nella storia di una persona silenziosa, repressa, invisibile. Come nel suo primo film – Las Acacias, vincitore della Camera d’or per la Miglior Opera Prima al 64 Festival di Cannes– racconta una storia di solitudine, di persone normali che vogliono vivere una vita straordinaria ma non trovano la voce, né la visibilità, per uscire da questa inerzia.

Questa volta la protagonista è Ely (Mora Arenillas), una ragazza di diciassette anni la cui vita è divisa tra scuola, il suo lavoro in un negozio di animali e prendersi cura della sua mamma, costretta a letto per depressione. Quando scopre di essere incinta di un collega di lavoro, il suo mondo interiore comincia a crollare; ma lei decide di rimanere nel silenzio e continuare ad andare avanti, come se niente fosse, come un modo per sfuggire dalla tristezza e dalla solitudine che, ormai, sono una costante nella sua vita.

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Invisible non è un film sull’angoscia della adolescenza, l’aborto come problematica sociale,invisible2 la depressione, neanche sulla solitudine, seppure tutti questi argomenti siano sospesi nell’aria come satelliti che nutrono il senso d’inerzia. Il film di Giorgelli parla della scelta di essere invisibile e l’incapacità di uscire da questa abitudine che finisce per diventare una prigione; Ely ha deciso di non essere vista, di muoversi invece di vivere, di rimanere in silenzio invece di esprimersi, è anche se c’è qualcosa che la spinge dentro, non conosce un altro modo di sopravvivenza. Semplicemente, non ha mai imparato a farsi vedere.

Immersa in un mondo sfocato e opaco, in una capitale latino americana – continente che ha sempre anche lottato per essere visto nel mondo – Ely trova piccole vie d’uscita nella compagnia di un cagnolino senza gambe, di uno sconosciuto in discoteca, di una madre che non ha la forza di alzarsi dal letto, di una voce incessante che offre pubblicità in TV, il cui viso non vediamo mai.

Mentre la macchina da presa si fissa sul viso di Ely, in costante giro attraverso una città che assomiglia a un corpo morto, la tensione di ciò che sta per accadere o per essere detto ma che non arriva mai, aumenta fino a livelli quasi insopportabili e si dilunga al infinito. Se questa fosse l’intenzione del regista oppure no, non sembra importante; ormai lui è già diventato invisibile dietro la sua eroina che alla fine, essendo pure lei invisibile, sostiene tutta la potenza della narrazione.