#Venezia74 – La vita in comune, di Edoardo Winspeare

Disperata non esiste. Esiste Depressa, frazione di Tricase. E dalla depressione alla disperazione c’è una distanza non indifferente, quasi come se, muovendoci con l’immaginazione lungo il filo della realtà, arrivassimo a una condanna senza appello. Magari per Winspeare, è solo un modo di giocare con tenera ironia sulla propria terra, una realtà e un’umanità forse sgangherate, ma pur sempre bellissime e vitali. Eppure, al di là di questa tenerezza – che è l’amore che si fa discorso e intelligenza – c’è un’amarezza di fondo che nasce dalla consapevolezza di osservare e raccontare un’altra dimensione del mondo, quasi perduta, legata a ritmi e tempi ormai fuori sincrono pur se magnifici, un’Italia che è ancora fuori dalla grazia di Dio, nonostante gli abbagli delle tarante spettacolo, dell’immagine reinventata a tavolino a bella posta per le cartoline e il turismo intensivo. E il tratto di costa del Salento è solo l’avamposto di questa reinvenzione. Poi ci sono le arie interne, quelle del “buono mangiare”, dei paesaggi mozzafiato, dei canti popolari, i meridioni d’oriente, di mezzo e di occidente, il Sud dei piccoli centri dimenticati dal Signore, quelli in cui parlare in dizione è una vergona, in cui ancora senti cantare di briganti e di borboni, delle paesologie applicate nei calanchi e negli sponz, quei posti che alimentano la riserva vitale dei fuorisede che si disperdono per il mondo, nei luoghi della notizia e del conflitto. E questi che sono? Emigranti o profughi? Dove vanno aiutati? A casa loro? È vero che il Sud d’Italia balla e canta, benedett’iddio, ma sull’orlo del cratere, per parafrasare il film di Bellino e Luzi, che pure parla di depressioni e disperazioni. Se si sbaglia il ritmo di musica, se si prende la nota stonata, si può sprofondare giù. “La rivoluzione italiana sarà meridionale o non sarà”, diceva Guido Dorso, affermazione di cui capiamo e comprendiamo fin troppo bene il senso, ma di cui non cogliamo i tempi e i modi. Forse perché annebbiati dal vino e dal folklore.

la vita in comune1Winspeare tutto questo lo sa bene. E non è un caso che i suoi ultimi film, più sembrano scanzonati, formalmente irriverenti, quasi ingenui, tanto più mostrano i segni di una lucida coscienza “politica”. Innanzitutto perché della politica registrano l’impasse, la depressione profonda di vedute e possibilità di azione. Ai limiti della disperazione, come ben si riflette negli occhi tristi e nei modi rassegnati del sindaco Filippo Pisanelli (Gustavo Caputo, di nuovo timido innamorato). E poi perché questi film parlano di traiettorie alternative, di economie e visioni differenti, seppur con modi immaginari, fantastici e surreali: la comunità del baratto di In grazia di Dio, lo “zoo” sognato da Angiolino ne La vita in comune. Ecco, vivere in comune, al di là dei giochi di parole, vuol dire ipotizzare strategie collettive che disegnino futuri possibili e impossibili, ma soprattutto condividere il presente con gli affanni, i problemi, le consolazioni, quel tempo sfiammato della vita di provincia. I fratelli Rrunza, rapinatori imbranati e di cuore, sembrano personaggi bizzarri, ma in realtà, nella loro essenza profonda, puoi riconoscerli a ogni bar di ogni paese sperso, sono le punte d’eccezione di un’umanità che ha altri parametri di normalità. E per interpretarli non servono gli attori, i “professionisti”, serve gente vera, dalla scorza dura, dal cuore d’oro e dalla battuta pronta. Come Claudio Giangreco e Antonio Carluccio, l’incontenibile Angiolino che Winspeare fa esplodere come una bomba atomica contro tutti i conformismi ufficiali. Del resto è un cast di amori e amici che ritornano, a cominciare dalla sempre splendida Celeste Casciaro. Il cinema è una famiglia allargata, un circo che fa davvero vita “in comune” e che questa vita la riporta nelle storie che inventa e racconta. Cos’è tutto questo, se non un realismo che si libera dei suoi nei per diventare una fantasia dinamitarda? La rivoluzione italiana sarà meridionale o non sarà

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