#Venezia74 – Piazza Vittorio, di Abel Ferrara

ospitiamo la recensione del documentario di Ferrara, Fuori Concorso, a firma del caporedattore di Point Blank Giulio Casadei, che ringraziamo

Il cinema di Ferrara è sempre in movimento. Lo avevamo lasciato appena pochi mesi fa a Cannes con il suo film-backstage Alive in France, e adesso lo ritroviamo a Venezia con un film dedicato a Piazza Vittorio, il quartiere più multietnico di Roma, nel quale il regista italo-americano vive da anni con la compagna e la figlia. Ancora una questione personale, in fondo. E non può essere altrimenti per un autore che ha da sempre legato le sue sorti al cinema, facendone ogni volta una questione di vita o di morte. We’re dying here! urlava Ferrara ai tempi della travagliata lavorazione di Mary. Mentre oggi è attraverso il cinema che proclama la sua sopravvivenza (a Parigi), arrivando a Piazza Vittorio a definirsi un immigrato extracomunitario in lotta per la vita, in uno dei tanti momenti in cui sembra voler far saltare la struttura da documentario tradizionale che ha predisposto. Perché nonostante il film sia impostato soprattutto sulle interviste, quello che cerca Ferrara è ancora una volta un punto di contatto, un dialogo che possa suturare le esperienze alla ricerca di una radice comune che riguarda il senso di appartenenza al quartiere e al mondo. Anche a costo di “sporcare” la ripresa, contaminarla con la propria presenza e con il proprio slang newyorchese.

L’aspetto chiave di Piazza Vittorio è proprio questo filmare continuamente lo scavalcamento di campo, il passaggio di quella linea invisibile che separa chi riprende da chi è ripreso. Ferrara interviene, parla di sé e della propria esperienza personale, da indicazioni agli intervistati, arriva persino a mostrare una vera e propria contrattazione con un ragazzo africano, pagato 15 euro per fare l’intervista. E anche la macchina-cinema entra in campo con i tecnici del suono e soprattutto con gli operatori di ripresa, colti nel posizionamento che anticipa l’inquadratura successiva. Approccio, questo, intimamente politico (ben più di una qualsiasi sterile polemica sulla presunta legittimazione di Casa Pound…) che rivendica l’assenza di frontiere nel cinema così come nel mondo. Senza gerarchie né ruoli dominanti.

A Piazza Vittorio sono tutti stranieri. Lo sono i richiedenti asilo afgani e africani che piazza-vittoriovivono in piazza, i musicisti di strada, i clochard, i peruviani, i boliviani e gli ecuadoriani che si ritrovano al Parco del Colle Oppio per festeggiare la festa del sole. Lo sono i cinesi, proprietari di bar e ristoranti. E ancora i tanti italiani del Nord, del centro e del Sud emigrati a Roma per lavoro o per amore della città. Stranieri sono anche Willem Dafoe, da tanti anni residente a Piazza Vittorio con la moglie Giada Colagrande, conosciuta durante le riprese de Le avventure acquatiche di Steve Zizou, e Cristina, la compagna di Ferrara, emigrata a Roma dalla Moldavia insieme con la madre e la sorella. E lo è persino Matteo Garrone, che da romano dei Parioli si definisce immigrato nel quartiere. Dall’altra parte ci sono quelli del centro sociale di estrema destra Casa Pound, gli unici a rivendicare ridicole e contraddittorie posizioni identitarie, subito sconfessate dalle immagini e dalle testimonianze. Perché Ferrara non ha certo bisogno d’incalzare i propri interlocutori per far passare il suo punto di vista. Basta un semplice raccordo a dire più di mille parole. Solo chi non sa leggere tra le immagini può fraintendere un discorso così chiaro…

Eppure Ferrara non ha paura di sporcarsi le mani e di affrontare anche gli aspetti più controversi. Emerge in filigrana il racconto di un quartiere/mondo in difficoltà per la crisi economica e sociale, e che proprio per questo fatica a stare insieme. C’è chi rimpiange i vecchi tempi andati, quando Piazza Vittorio ospitava uno dei più importanti mercati della città. Chi si lamenta della sporcizia, della confusione, del degrado (anche se poi le immagini di repertorio ridimensionano certe visioni idilliache del passato). E chi, come un signore senegalese, prova a smarcarsi dai nuovi flussi migratori, contrapponendo se stesso e la propria esperienza da quella delle nuove generazioni di africani, incapaci a suo dire di integrarsi nel tessuto culturale del paese. In questo senso il film rappresenta un importante documento storico sulla confusione, lo smarrimento che viviamo nell’epoca attuale. Epoca che trova delle segrete corrispondenze con la crisi del Ventinove, evocata da Ferrara attraverso le parole di Do Re Mi di Woody Guthrie che canta degli americani del Sud, dell’Oklahoma, del Kansas, della Georgia o del Tennessee che sognavano di trasferirsi in California, vista come una sorta di giardino dell’eden. E allora tra set e immagini d’archivio, suggestioni e rimandi di ogni tipo, emerge la questione centrale del film: chi può dirsi davvero cittadino di un quartiere, di una città, di un paese? Attraverso tante scene di banale vita quotidiana – che solo un animale da set come Ferrara è capace di trasformare in schegge di cinema purissimo – si fa strada la visione profondamente umanista del film. Non importa dove tu viva, nei parchi, nei vicoli, sotto i portici o in una confortevole casa borghese. E non importa neanche da dove tu provenga. La sola cosa che conta davvero è la battaglia personale che tutti conducono nel proprio incerto e precario stare al mondo. (Staying) Alive in Italy.