#Venezia74 – Pin Cushion, di Deborah Haywood

“È sbagliato raccontare le favole ai bambini per ingannarli, bisogna raccontarle ai grandi per consolarli” 
(Marcello Marchesi)

Perché andiamo al Cinema, se non è per consolarci? O almeno cercare un senso che non riusciamo a trovare nella realtà? Che la vita sia come una fiaba, è un’affermazione almeno discutibile. Dipende da cosa intendiamo per favola, per principe azzurro, per cattivo, per morale. A volte, però, costruirsi castelli in aria sembra l’unica via di sopravvivenza; iniziare a riscrivere la propria storia con un “c’era una volta” vuol dire parlare di un passato migliore, oppure di un presente che può essere scritto parallelamente, staccato dalla realtà già imposta.

Proprio come il Cinema, il mondo di fiaba di Lyn e Iona – protagoniste di Pin Cushion, lungometraggio esordio della regista inglese Deborah Haywood e parte della Settimana della Critica a Venezia 74 – è fatto di frammenti. Pezzi di carta, di felpa, di porcellana, di bambole, di lustrini, di peluche. Madre e figlia vivono sospese in questa dimensione rosa, che più da una fantasia infantile è diventata una fortezza dove nessuno, tranne loro, può entrare. La madre, Lyn, è zoppa, ha la gobba, si circonda di oggetti inutili e non riesce ad avere rapporti sociali; Iona, la figlia adolescente, si prende cura di Lyn, la protegge e la asseconda in tutto ciò che fa, anche se comincia a rendersi conto che – a differenza della madre – non è più una bambina. Quando decidono di trasferirsi in una nuova città e Iona comincia a frequentare nuove amiche al liceo – che diventeranno le villane e le streghe della sua favola – il loro mondo rosa comincia a crollare. E non c’è nessuna fortezza o guerriero che possa proteggerle della realtà.

Innanzitutto, Pin Cushion è un film inglese; si potrebbe anche dire della “profonda 32sicpincushion02periferia di una città britannica qualsiasi”. Nel suo immaginario e costruzione narrativa, sembra di muoversi in due livelli: quello del cinema sventurato e grigio della Working class britannica – tipo Io, Daniel Blake o Full Monty – e la dimensione stra-colorata ma forse ancora più disperata stile Happy goes Lucky, dove l’unica via di uscita possibile è l’assoluta evasione della realtà. La magia di Pin Cushion è nel fatto che prende pezzi di questo background, ma riesce a creare un livello nuovo, quasi non classificabile, dove la dimensione narrativa confonde, addormenta e poi strappa, finche non sai più se ti trovi in mezzo a un bel sogno, oppure in un incubo.

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Mentre il suo universo di favola si decompone – e Iona scopre quanto possa essere grigio il mondo la fuori – Lyn continua a dipingere le parete di rosa e incollare i pezzi delle sue figure di porcellana che ormai sono già distrutte, come se in questo gesto d’apparenza inutile, trovasse uno sfuggente ma vero momento di pace. La sfortuna, la crudeltà e la propria incapacità di andare avanti – in una realtà il cui flusso sembra muoversi sempre nel senso contrario – spingono a Lyn e Iona a creare nuovi modi di salvezza, espandendo ogni volta di più i confini tra fantasia e realtà.

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Se il cinema ha la facoltà di creare una nuova dimensione prendendo frammenti della realtà, dove le congiunture del montaggio sono impercettibili, fino a che punto si può ricomporre la vita reale quando è fatta a pezzi? Ê possibile costruire un nuovo senso, anche se le crepe sono così profonde che continueranno a crescere sottoterra, senza fermarsi? Quanto siano profonde le crepe, forse non lo sapremo mai. Ciò che resta da fare e scegliere come si va avanti nella superficie. Sia dipingendo la vita di rosa, sia circondati da bambole silenziose e fedeli, sia indossando un capello di felpa rossa che ci copra fino alle orecchie. Oppure, andando al Cinema.