#Venezia74 – Team Hurricane, di Annika Berg

Interessante come l’unico formato ancora possibile per un primo piano oggi sia un selfie (lo dice anche il corto che precede Team Hurricane, MalaMènti di Francesco Di Leva). Avvicinarsi talmente tanto ad un volto per riprenderlo attraverso un obiettivo è un atto concepibile solo se il braccio che opera il movimento di macchina appartiene allo stesso corpo della faccia: ripensando al Caniba di Orizzonti, non potrebbe quell’intero film essere una lunga auto-ripresa con la fotocamera frontale dello smartphone di Issei Sagawa? Si tratterebbe così dell’atto più estremo di autoerotismo e mitomania dell’uomo, e d’altra parte i blur che censurano – come da tradizione nipponica – gli spezzoni dei film porno che lo hanno come protagonista, potrebbero benissimo essere pixel esondati dalle immagini di Team Hurricane, il film a bassa frequenza della SiC con cui la danese Annika Berg costruisce una sorta di videodiario streaming di un gruppo di adolescenti e del loro amato circolo ricreativo ad un passo dalla chiusura. Confessioni, problematiche, lacrime e sbrocchi di Maja, Mia, Ida, Sara, Eja, Mathilde, Ira e Zara sono in larga parte autentici, o ispirati al vero.

Benvenuti allora nell’epoca del cinema frontale, se ancora non ce ne fossimo accorti (per dire, credo sia impossibile scovare un controcampo montato con grammatica canonica, nel magnifico Drift di Helena Wittmann: o è in quel caso l’intero film un unico sterminato controcampo di uno sguardo disperso, che possiamo ormai soltanto intuire?).

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La sinossi ufficiale di Team Hurricane è in questo senso rivelatoria nel suo strutturarsi per tag buone per instagram (“instaworth”, come si dice nel film, probabilmente la definizione migliore dell’intero esperimento): solitudine, pussypower, kawaii, hentai, verde elettrico, graffiti, vibratori, amicizia, orsacchiotti, faccia da stronzetta, Arte, fuoco, paura, bubblegum, mamma&papà, anoressia, cactus, piercing fatti in casa, nailart, ciliegie, cutting, delfini.
Il risultato finale si pone in uno schizofrenico zapping che potrebbe venire in mente a un Die Antwoord teen, tra il reality embeddato di SKAM, la serie tv norvegese “in diretta”, e certo cinema karaoke gender fluid/fluo tra Singapore e Tailandia (tornano in mente le prime cose del dimenticato Royston Tan…): quando la fibra ottica è in grado di supportare tutte le applicazioni aperte sullo sfondo, lo sguardo della cineasta si mostra capace di innervare questo repertorio ostentatamente casuale di ceneri sparse di immaginario giovanile con una malinconia sincera.

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Un malessere a tratti molto potente che si fa strada tra i synth a palla della playlist perenne della colonna sonora trance-pop, probabilmente l’elemento maggiormente “domestico”, se l’orecchio non ci inganna, tra tutti i riferimenti messi in campo dalle ragazze, che dal linguaggio utilizzato per comunicare fino ai modelli di look e comportamento incarnati in vestiti, acconciature e pose, raccontano proprio di quella sorta di patchwork trasversale, universale e perennemente in progress che contribuisce oggi a costruire l’immagine mostruosamente autoconsapevole della nuova rabbia giovane.